Intervista a Veronica Santos

Veronica Santos

Veronica Santos, più conosciuta come Vona, è arrivata in Italia il 24 dicembre del 2010. E’ nata a Capo Verde, isola di Sal (Pedra de Lume), il 31 dicembre del 1976. Figlia di Fatima Martins e Gabriel Santos. Da piccola il suo sogno era venire in Italia dai suoi genitori e dai suoi fratelli, ma il motivo principale per il quale è venuta è stata sua figlia, Kyanna, che soffriva di convulsioni. A Capo Verde fecero tantissimi esami e fu diagnosticato alla figlia l’epilessia. A Genova invece scoprirono che non era niente di tutto ciò. Ormai era qui con la figlia, così decise di rimanere lasciando un buon lavoro, un compagno e una vita piena di successi.

Veronica è una persona simpatica, dinamica, allegra, riservata ed ama la sua famiglia! Per lei la famiglia è molto importante.

Sandy: “Buongiorno Vona e benvenuta a Tè con Sandy e Mea. Allora, chi è Veronica?”

Veronica: “Chi è Veronica? Iniziamo dal nome, mi chiamo Veronica Santos e sono nata a Pedra de Lume, isola di Sal. Sono una persona allegra, educata e sono cresciuta con la mia nonna che mi insegnò a rispettare le persone ed amare la mia famiglia. Amo la mia figlia, ho un grande rispetto verso i miei genitori visto tutti i sacrifici che hanno fatto per noi figli”.

Sandy: “Sei arrivata in Italia nel 2010, qual è stata la tua prima impressione? Uscire dalla realtà capoverdiana per una nuova, hai trovato tante differenze o difficoltà?”

Veronica: “Il mio viaggio è stato molto stancante, ho fatto scalo prima a Lisbona e poi sono arrivata a Malpensa, Milano. Ero con la mia figlia, fra l’altro non stava tanto bene, aveva la febbre. Quello che mi è colpito tanto al mio arrivo qui è stato il freddo. Non ero assolutamente abituata al freddo, indossavo una giacca leggera. Il mio volo Lisbona- Milano arrivò con un ritardo di sei ore, non ebbi il modo di avvertire i miei genitori e quindi ricordo che ero molto agitata e preoccupata. Tra stanchezza, la mia bambina di tre anni in braccio e valigie, non è stato un viaggio per niente facile ma poi vidi i miei parenti e tutto svanì. Così iniziò un’altra avventura nella mia vita, il viaggio per Genova tra pioggia e freddo”.

Sandy: “Com’è stato lasciare tutto per venire qui? È stata una decisione difficile, nonostante fosse il tuo sogno sin da piccola?”

Veronica: “In realtà sono arrivata nel periodo natalizio, mia madre era stata appena operata, un’operazione molto complicata e delicata, un tumore al cervello. Non è stato un arrivo sereno, ero un po’ triste e preoccupata. Mia madre era in ospedale, ci rimasi fino al 31 dicembre e fu operata ben due volte. Quello che mi colpì tantissimo della città furono i colori dei palazzi, la pioggia e il freddo. Non mi piaceva indossare tutti quei vestiti, giacche pesanti, calze lunghe e mia sorella mi sgridava sempre, mi diceva di vestire bene e di non uscire con le ballerine. Sì, è stato difficile lasciare il mio grande amore, padre di mia figlia. Stavamo insieme da quando avevo sedici anni, abitavamo insieme e la nostra figlia è stata voluta e pianificata. Per due anni abbiamo provato ad averla e c’è stato un momento che pensai che non potevo avere figli ma poi arrivò lei. Ho lasciato un pezzo di me a Capo Verde…il mio amore”.

Sandy: “So che tua figlia è bravissima a disegnare. Ho visto dei suoi quadri, i miei complimenti. Puoi raccontarci un po’ di lei e dei suoi progetti nell’arte del disegno?”

Veronica: “Mia figlia è stupenda. Una bambina bellissima, educata, studiosa (ha dei bei voti a scuola) ed ama disegnare. Suo padre è falegname e fa sculture in legno, ha preso da lui la passione per l’arte. Lei vorrebbe diventare una stilista e quest’anno farà la terza media”.

Sandy: “Un tuo pregio? Un tuo difetto?”

Veronica: “Non sono una persona perfetta e neanche cattiva, dedico la mia vita alla mia famiglia. Quando ero giù prendevo cura della mia nonna e della mia zia, ero e sono sempre presente nella mia famiglia. Sono una persona tranquilla, amichevole e di un buon cuore. Un mio difetto? Uhm? Ridere troppo ha ha ha”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che non dimenticherai mai?”

Veronica: “Quem tem se odje mau ba ptal na mar (Chi ha lo sguardo di cattiveria, vada a buttarlo nel mare)”.

Sandy: “Un proverbio capoverdiano?”

Veronica: “Mau caminho ca ta levob pa nenhume lugar (Cattiva strada non ti porta da nessuna parte)”.

Sandy: “Conosci qualche proverbio italiano?”

Veronica: “Sì, mi piace uno in particolare: Chi dorme non piglia pesci!”

Sandy: “Se non fossi venuta in Italia, cosa pensi che avresti fatto a Capo Verde?”

Veronica: “Se non fosse venuta in Italia sicuramente avrei fatto un altro figlio”. (Risate)

Sandy: “Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Veronica: “Sì! Mia figlia è stata curata ed ora sta bene”.

Sandy: “Si parla molto della “cattiva” sanità italiana, ma nel tuo caso ti ha aiutata molto. Cosa ne pensi?”

Veronica: “Io non posso lamentarmi, sono stata molto fortuna. Arrivata qui ho iniziato subito a fare i documenti. All’Ospedale di Villa Scassi ho fatto un documento di sanità come straniera ed ho potuto fare delle visite gratuite alla mia figlia. Lì ho conosciuta una pediatra, dottoressa Poggi, una dottoressa bravissima che ora è andata in pensione. Lei visitò mia figlia alcune volte e poi ci consigliò di andare all’Ospedale Gaslini. Al Gaslini fecero tutti i tipi di accertamenti, a Sal le avevano prescritto una medicina per l’epilessia, e mi dissero che se lei avesse continuato a prenderla ancora per due mesi, avrebbe rischiato un danno cerebrale permanente. Non era epilessia ma il suo problema era dovuto al sole troppo forte a Capo Verde, quando andava all’asilo giocando fuori ne prendeva tanto. Siamo andate anche a Praia, isola di Santiago, anche loro dicevano che era epilessia. Qui pian piano iniziarono a toglierla quella medicina, non si poteva smettere subito. I dottori al Gaslini sono stati bravissimi, grazie a loro mia figlia sta bene di salute. Quindi non posso parlare male della sanità italiana!”

Sandy: “Mi ricordo da piccola a Sal venivano molti medici italiani, soprattutto genovesi, dall’Ospedale San Martino a fare volontariato. Era un grande aiuto per noi! Ti è mai capitato di andarci a fare qualche visita o intervento?”

Veronica: “Io lavoravo a Salinas de Pedra de Lume e lavoravo proprio con i medici italiani quando venivano. Accompagnavo i medici a fare le visite, già parlavo italiano e facevo le traduzioni. Portavano tantissime medicine, visitavano sia le persone di Pedra de Lume sia di Espargos. Hanno aiutato molte persone! Una donna in particolare, Ricardina Lelis, contribuì moltissimo ad aiutare le persone del posto e fu un grande capo e maestra per me”.

Sandy: “Lavoro?”

Veronica: “Faccio la colf”.

Sandy: “A Capo Verde avevi un lavoro di responsabilità, giusto? Quale?”

Veronica: “Sì facevo la segretaria, purtroppo ho dovuto fare una scelta. Ho iniziato a lavorare come massaggiatrice all’Hotel DjadSal, poi sono stata trasferita a Salinas de Pedra de Lume e successivamente al ristorante Cadamosto. Nel frattempo ho fatto un corso di Gestione e contabilità, un corso d’informatica ed ho iniziato a lavorare in ufficio al Salinas e poi al ristorante Cadamosto come tesoriera. Purtroppo ci sono stati delle cose che non andavano bene ed ho cambiato lavoro. Ho iniziato a lavorare a Espargos come segretaria dell’Avvocato Amadeu Oliveira per un periodo breve perché sono rimasta incinta. Ed il mio ultimo lavoro prima di venire in Italia è stato sempre come segretaria all’ufficio Ingegneri di Capo Verde con il Dottore Landinho ”.

Sandy: “Com’è stato passare da segretaria a colf? Traumatico?”

Veronica: “Non è stato facile, devo dire la verità. Sapevo già che avrei lavorato come colf, mia madre e mia sorella già facevano questo lavoro”.

Sandy: “Il tuo lavoro ti ha resa felice?”

Veronica: “Come avevo detto precedentemente, ho dovuto fare una scelta però penso che tutti i lavori siano uguali… l’importante è che non manchi il “pane” a tavola”.

Sandy: “Hai dovuto compiere sacrifici per arrivare dove sei ora?”

Veronica: “La vita è fatta di sacrifici, niente è facile e lasciamo sempre qualcosa/qualcuno indietro quando si viene in Europa”.

Sandy: “Dalla tua risposta sento un pizzico di nostalgia. Cosa ti manca della tua isola?”.

Veronica: “Mi manca la vita, il sole, l’allegria, la felicità, il mio grande amore. A Capo Verde vivi con poco e sei felice. Mi manca correre sulla sabbia, mi alzavo alle sei ed andavo a correre tutte le mattine”.

Sandy: “In che cosa credi?”

Veronica: “Credo in Dio. Ognuno di noi nasce con il suo destino e niente succede per caso”.

Sandy: “Piatto capoverdiano? Piatto italiano?”

Veronica: “Riso con piselli secchi e pesce con aggiunta di una buona cipolla. Piatto italiano non ho uno preferito in particolare, mi piace quasi tutto”.

Sandy: “Musica capoverdiana? Musica italiana?”

Veronica: “Il genere musicale che preferisco in assoluto è la Coladeira. La musica italiana, mi piacciono i cantanti Gianna Nannini e Antonello Venditti”.

Sandy: “Cosa ti piace di Genova? Secondo te, è difficile vivere a Genova?”

Veronica: “Mi piace il clima, il mare. Non è facile, se non hai un lavoro e una famiglia vicino a te non riesci a vivere a Genova. La vita qui non è facile per nessuno, ne per italiani e ne per gli stranieri. Qui lavori per pagare le spese, debiti se li fai, per mangiare e i giorni scorrono velocemente. Se riesci a mettere qualche soldino da parte è una fortuna, anzi perché sei una persona molto attenta e devi rinunciare ai piaceri della vita, ai viaggi ecc”.

Sandy: “Un pregio e un difetto di Genova?”

Veronica: “Genova è una bella città. Non la conosco molto bene, esco poco. Lavoro casa, casa lavoro. Poi se non hai delle amicizie e se non hai un mezzo per spostarti, sei fregata. Un difetto è il quello di camminare per strada e sentire l’odore dell’urina dei cani, fa schifo e questo fatto può penalizzare molto la città”.

Sandy: “Cosa pensi del razzismo? Mai subito episodi di razzismo? Se sì, raccontaci un episodio”.

Veronica: “Il razzismo c’è dappertutto anche a Capo Verde. Sì, mi hanno chiamata testa di cespuglio. Ero sull’autobus, come sono alta, c’era un signore dietro di me e mi disse: – esci davanti con questa testa di cespuglio. Non ho riposto, perché di solito mi sale il nervoso e non volevo discutere. In quel momento potevo dire cose pesanti e si finiva a litigare come vedo spesso sui mezzi pubblici ”.

Sandy: “Cosa ti piace e non ti piace dell’Italia?”

Veronica: “Ti dico la verità Italia in sé non mi piace, mi piace Genova”. (Risate)

Sandy: “Cosa puoi “offrire” all’Italia come persona?”

Veronica: “Posso offrire la mia umiltà e la mia manodopera”.

Sandy: “Parlando di quello che sta accadendo negli ultimi mesi, la pandemia. Come hai affrontato questi giorni, questi mesi di quarantena? La tua famiglia?”

Veronica: “Sono rimasta a casa per due mesi. Avevo paura di non essere pagata al mio lavoro, invece non è successo. La signora mi ha pagata i due mesi che sono stata ferma ed ho continuato a lavorare da lei. La prima settimana di quarantena avevo raffreddore e avevo paura, pensavo che fosse Coronavirus. Ma poi si trattò solo di un banale raffreddore. Abbiamo passato questi mesi sereni e in famiglia”.

Sandy: “Quali sono i tuoi hobby?”

Veronica: “Leggere e fare ginnastica”.

Sandy: “Come ti vedi fra dieci anni? Dove ti vedi tra dieci anni?”

Veronica: “Sinceramente non lo so, gli anni corrano velocemente. Forse sarò ancora qui, forse no. Chi lo sa?”

Sandy: “Dammi il primo consiglio che ti viene in mente?”

Veronica: “Vivi la tua vita serena con quel poco che hai senza invidia e senza debiti, così potrai dormire sogni tranquilli”.

Sandy: “Sogni nel cassetto?”

Veronica: “Avere una casa mia e lasciare qualcosa a mia figlia. Aiutare mia figlia e che un giorno possa realizzare i suoi sogni”.

Sandy: “Grazie di cuore per la tua disponibilità e per le tue parole sincere”.

Veronica: “Grazie a te!”

Veronica Santos

Intervista a Georgina Lopes

Georgina Lopes

Dia de pouco, véspera de muito! (Giorno di poco, vigilia di molto!)

Georgina Lopes, più conosciuta nella comunità capoverdiana genovese e a Capo Verde come Djina. E’ nata a Sal, città di Santa Maria, il 28 agosto del 1965. All’età di quattro anni sua madre partì per l’Italia e la lasciò insieme ai suoi fratelli dalla nonna materna nell’isola di Sao Nicolau. Georgina crebbe con la nonna fino all’età di 16 anni e poi si trasferì a Sal da suo padre. Ricorda con amore la sua infanzia a Sao Nicolau, Caleijao (Calenjon); sua nonna era contadina ed allevava anche animali domestici, le insegnò il rispetto per la natura e per gli altri.

Georgina è una donna che ama la natura, spirituale e le piace aiutare il prossimo. Nel 1992 partì per l’Italia, Roma, lasciò lavoro e due figlie con le loro nonna paterna.

Sandy: “Buon pomeriggio e benvenuta a Tè con Sandy e Mea. Chi è Georgina?”

Georgina: “Grazie per l’invito. Georgina è una donna di carattere forte, ama la natura e vive ogni giorno la sua vita come una benedizione”.

Sandy: “Perché sei venuta in Italia?”

Georgina: “Mia madre partì per quest’avventura dell’immigrazione quando avevo solo quattro anni. Le mie sorelle ormai vivevano tutte con lei, così decisi anch’io di venire pensando che fosse un’occasione di riallacciare i legami con lei e di conoscere le mie sorelline. Il mio primo lavoro in Italia è stato il baby sitting in una famiglia con due bambini, è stato un balsamo per la mia anima, potevo prendere cura di qualcuno. Ma è durato poco, non mangiavo lì e quando andavo da mia madre dovevo mangiare per tutta la settimana…”.

Sandy: “Cioè? La famiglia non ti dava da mangiare?”

Georgina: “Sì non mi davano da mangiare, era terribile! Ho pensato che fosse un’opportunità per me, ma invece è stata una grande delusione. Mi sentivo incarcerata, non potevo uscire ed essere libera come a Capo Verde. Ogni volta che andavo a buttare la spazzatura, approfittavo per fare il giro del palazzo nonostante i bidoni fossero davanti al portone. Così decisi di cambiare il lavoro. Ho trovato un altro lavoro, sempre come baby sitter, questa volta erano due bambine (dalla stessa età delle mie). Mi ricordo che in quel periodo fare una chiamata interurbana costava tantissimo, ma la signora quando mi vedeva triste mi faceva chiamare a Capo Verde, non le importava del costo”.

Sandy: “Perché è stata una delusione?”

Georgina: “Perché ho lasciato due figlie e il mio lavoro. Mi ricordo che piangevo ogni giorno, ero preoccupata per loro e spesso pensavo che le potesse capitare qualcosa di brutto e di non essere presente”.

Sandy: “Poi ti sei trasferita a Genova, come mai questa scelta?”

Georgina: “Ho lavorato per quella famiglia per otto mesi, sono venuta a Genova in vacanza da una mia carissima amica e mentre ero qui ho avuto una proposta di lavoro dove guadagnavo quasi il doppio rispetto a Roma. Mi è dispiaciuto lasciare quella famiglia, erano stati buoni con me e mi ero affezionata alle bambine. Comunque, in quel momento ho pensato a me e alle mie figlie”.

Sandy: “Un tuo pregio? Un tuo difetto?”

Georgina: “Un mio pregio è essere tenace e non mollo fino a raggiungere i miei obiettivi. Un difetto, ne ho tanti, ma uno in particolare è la testardaggine”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che non dimenticherai mai?”

Georgina: “Mi ricordo sempre che mia nonna mi diceva: una porta si chiude oggi, si apre un portone domani. Dia de pouco, véspera de muito (Giorno di poco, vigilia di molto). Questo è stato ed è ancora la mia filosofia di vita”.

Sandy: “Un proverbio capoverdiano?”

Georgina: “Cada Catchorre tem se sexta-feira (ogni cane ha il suo venerdì)”.

Sandy: “Un proverbio italiano?”

Georgina: “Chi va piano va sano e va lontano”.

Sandy: “Se non fossi venuta in Italia, cosa pensi che avresti fatto a Capo Verde?”

Georgina: “A Capo Verde avrei sicuramente un’altra vita, economicamente migliore di qui, visto lo sviluppo che c’è stato negli ultimi anni. Ma sono molto felice di chi sono oggi”.

Sandy: “Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Georgina: “Penso di sì, quella che sono oggi lo devo proprio all’Italia. Oggi ho quattro figlie, le ultime due sono nate qui, e sono molto fiera delle donne che sono diventate. Vedi mi stai intervistando ora e sono fiera di te”.

Sandy: “Non dire che sei mia madre (risate)”.

Georgina: “Se non fossi venuta in italiana non sarei diventata buddista. Ho studiato il taoismo, la medicina cinese e Shiatsu”.

Sandy: “Hai dovuto compiere sacrifici per arrivare dove sei ora?”

Georgina: “Sì! Dopo una relazione andata male, fallita, mi sono trovata da sola con due bambine piccole da crescere e non è stato per niente facile. Mia sorella Fatima mi è sempre stato accanto, miei amici e le mie due figlie grandi, che erano già a Genova. Dopo ho conosciuto un uomo che è mio marito oggi. Stiamo insieme da quindici anni e sposati da dodici anni. Lui mi ha sempre sostenuta ed incentivata a studiare”.

Sandy: “Lavoro?”

Georgina: “Al mattino lavoro per una famiglia, li adoro ed andiamo molto d’accordo. Il pomeriggio lavoro per conto proprio, massaggi e terapia shiatsu”.

Sandy: “Quindi hai fatto la scuola di Shiatsu?Un corso? Se Sì, dove?”

Georgina: “Sì, ho fatto la scuola di Shiatsu Medicina Cinese per tre anni tra Genova, Milano, Salsomaggiore e Bologna. La mia scuola è I.R.T.E., mi sono diplomata e dopo ho fatto il master per due anni a Milano”.

Sandy: “Il tuo lavoro ti ha resa felice?”

Georgina: “Sì sono felice in tutto quello faccio e di quello che ho. La felicità è una scelta ed è già dentro di me”.

Sandy: “In che cosa credi?”

Georgina: “Io credo in un mondo migliore, un mondo più consapevole, più ecologico. Dove le persone non vedono Dio come un qualcosa di astratto, che sta lì seduto a guardarci e a compiere miracoli ma in qualcosa di più reale”.

Sandy: “Ok, grazie! Invece un piatto capoverdiano? Piatto italiano?”

Georgina: “La Catchupa e la Feijoada! Piatto italiano, la pastasciutta”.

Sandy: “Musica capoverdiana? Musica italiana?”

Georgina: “Mi piace la morna in particolare, Cesaria Evora e mi piacciano le canzoni di Ildo Lobo. Ho imparato anche ad apprezzare la musica moderna del cantante capoverdiano Dino D’Santiago…”

Sandy: “Scusa se ti interrompo, apro una parentesi, volevo solo dire e consigliare tutti di ascoltare le canzoni di Dino d’Santiago. Meritano veramente. Ritornando a noi, riguardo alla musica italiana?”.

Georgina: “Non ho cantanti preferiti o un genere musicale preferito… forse, posso dire che mi piace Elisa ed Andrea Bocelli perché li ascolto volentieri”.

Sandy: “Cosa ti piace della tua città?”

Georgina: “Mi piace il mare perché mi ricorda Capo Verde”.

Sandy: “Un pregio e un difetto della tua città?”

Georgina: “Un difetto? L’ignoranza della gente per l’ecologia. Divento matta quando vado a buttare la spazzatura e trovo tutto buttato per terra. Invece un pregio è avere sia i monti sia il mare, abbiamo l’opportunità di avere questi due elementi della natura”.

Sandy: “Cosa pensi del razzismo? Mai subito episodi di razzismo? Se sì, raccontaci un episodio”.

Georgina: “Mai subito episodi di razzismo personalmente. Penso che il razzismo sia nella mente, cioè, l’ignoranza porta al razzismo, indipendentemente dall’etnia”.

Sandy: “Cosa ti piace e non ti piace dell’Italia?”

Georgina: “Mi piace l’Italia perché è un paese molto bello con i suoi mari, colline, montagne, monumenti, arte e tante altre cose. Si mangia bene e sano, è ancora uno dei pochi paesi del mondo dove si può trovare acqua potabile pulita. Invece non mi piace la non consapevolezza delle persone di tutto ciò che hanno a loro disposizione e l’ignoranza che sta crescendo/aumentando sempre di più”.

Sandy: “Dammi il primo consiglio che ti viene in mente?”

Georgina: “Un consiglio che mi viene in mente è studiare, studiare, studiare. Più conoscenza possediamo, più saremo pronti e preparati per affrontare qualsiasi situazione!”

Sandy: “Cosa puoi “offrire” all’Italia come persona?”

Georgina: “Non saprei in questo momento, forse la mia cultura…la cultura capoverdiana!”

Sandy: “Cioè? In che senso?”

Georgina: “Perché sono capoverdiana, posso offrire la mia capoverdianità che può essere tramite la musica, il cibo, la danza, rispetto per gli anziani e la mia allegria…posso offrire la mia morabeza”.

Sandy: “Come ti vedi fra dieci anni? Dove ti vedi tra dieci anni?”

Georgina: “Realizzata… anche se ho ancora molto da fare. Comunque, spero più saggia di adesso! Mi vedo nonna vivendo in una casa in campagna”.

Sandy: “Alcune persone che ho avuto il piacere di intervistare prima di te, quando le ho chiesto dove ti vedi tra dieci anni, mi hanno risposto a Capo Verde. La tua casa in campagna sarà qui o a Capo Verde?”

Georgina: “Mi vedo in campagna, ma non c’è un posto preciso”.

Sandy: “Sogni nel cassetto?”

Georgina: “Non ne ho uno in particolare, ma piacerebbe vedere un mondo migliore, con più persone consapevoli”.

Sandy: “Grazie per la tua bellissima intervista!”

Georgina: “Grazie a te!”

Intervista a Ornella Da Luz

Ornella Da Luz

Ornella Da Luz, figli di immigrati, nasce a Genova il 9 novembre del 1975. Sua madre partì da Capo Verde, sempre nel 1975, per l’Italia con un contratto regolare di lavoro, il padre invece rimase giù e Ornella lo conobbe quando ormai era una ragazza, all’età di diciotto anni.

Oggi lei è una cuoca/chef e le piace il suo lavoro nonostante i molti sacrifici che richiede questo settore, tra i quali lavorare nei giorni festivi e a volte le capite di mancare a cerimonie importanti.

Ornella è una donna solare, simpatica (la sua risata ti travolge e ti coinvolge), lavoratrice, indipendente, cerca di vivere la sua vita stando a distanza da persone che possono essere negative ed accetta consigli solo dalle persone a lei più care, con le quali ha instaurato un rapporto duraturo nel tempo. Non si ferma davanti alle avversità della vita e percorre la sua strada a testa alta.

Sandy: “Ciao Ornella! Benvenuta a Tè con Sandy e Mea, per noi è un immenso piacere averti qui con noi e ascoltare la tua storia. Chi è Ornella in realtà?”

Ornella: “Ornella ha quarantaquattro anni suonati e va per i suoi quarantacinque. Ho vissuto la mia infanzia e una parte della mia adolescenza in collegio perché mia madre lavorava come colf fissa in casa di famiglie benestanti ed ha quindi così affidato la mia educazione e la mia preparazione scolastica alle suore del Sacro Cuore di Quarto, in quanto unica persona responsabile della mia crescita. Poi ho scelto il Liceo Artistico Nicolò Barabino come ultima tappa della mia formazione scolastica. Preso il diploma iniziai a lavorare fino a che, il fato non mi portò dentro le cucine dei ristoranti, così a poco a poco, nacque la mia passione per la cucina”.

Sandy: “Un tuo pregio e un tuo difetto?”

Ornella: “Un mio pregio è sicuramente l’essere solare, mi piace trovare sempre, anche nelle situazioni più difficili il lato positivo delle cose. E uno dei miei difetti più evidenti è sicuramente la pigrizia”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che conosci?”

Ornella: “Una delle frasi che ho spesso sentito dire da mia madre e dalle sue amiche Capoverdiane è sicuramente: Deus ta companhob ub (Dio ti accompagni)!”

Sandy: “Sì, mi ricordo di questa frase. È usata soprattutto dalle persone anziane per augurarti fortuna e che il tuo cammino sia protetto dalla luce divina. Invece un proverbio capoverdiano?”

Ornella: “Non ricordo in questo momento nessun proverbio Capoverdiano ma ho la sensazione di averne sentito un paio”.

Sandy: “Sei nata qui, pensi che sia valsa la pena a tua madre di venire in Italia?”

Ornella: “Penso che per mia madre ne sia assolutamente valsa la pena, alla fine ha dato a sé stessa l’opportunità di una vita fatta, sì di sacrifici ma con un sostenimento migliore per lei e per me, visto che, le alternative non erano delle più rosee”.

Sandy: “Lavoro?”

Ornella: “Si oggi sono una Cuoca/Chef. Il mio lavoro è molto soddisfacente ma che richiede molti sacrifici, tra i quali non poter sempre essere presente nei giorni di festa e a volte mancare a cerimonie importanti”.

Sandy: “Hai dovuto compiere sacrifici per arrivare dove sei ora? Il gioco è valso la candela?”

Ornella: “Ad oggi direi che sto ancora giocando e che mi ritengo molto soddisfatta di dove sono arrivata ma si può fare ancora meglio!”

Sandy: “Il tuo lavoro ti ha resa felice?”

Ornella: “Il mio Lavoro occupa una parte importante della mia vita e spero di poter continuare a farlo ancora per molto tempo”.

Sandy: “In che cosa credi?”

Ornella: “Credo in me stessa!”

Sandy: “Riguardo alla gastronomia capoverdiana, un piatto preferito? Un piatto italiano?”

Ornella: “Il piatto Capoverdiano che prediligo è sicuramente la Catchupa! Ottima il giorno dopo per colazione passata in padella con un bell’ovetto al tegamino e uno chorîzo. Da buona Genovese adoro i Mandilli de Sêa al pesto, tipica sfoglia tirata molto sottile tanto da prendere il nome Mandilli de Sea ovvero fazzoletti di seta “.

Sandy: “Ci torni spesso in vacanza a Capo Verde?”

Ornella: “Saranno quattordici anni che non vado a Capo Verde, un po’ tantino mi rendo conto ma la motivazione è semplice, passavo le mie vacanze a Lisbona ultimamente perché mia madre sì trasferì lì tra il 2009 e il 2010. Quindi quando non lavoro andavo e vado tutt’ora a trovarla; in altri momenti, come d’estate, è più difficile per me spostare perché lavoro molto”.

Sandy: “Hai mai pensato di andare a vivere a Capo Verde? Di aprire un ristorante lì? Dedicarti alla cucina capoverdiana?”

Ornella: “Spero, e sicuramente ci ritornerò un giorno, mi piacerebbe molto entrare in qualche cucina e collaborare alla realizzazione o alla rivisitazione di piatti capoverdiani. Sono in grado di cucinare alcuni, primo su tutti la Catchupa ma anche la Canja oppure i Pastel piuttosto che il polpo. Sono conscia però che mi manca ancora una grande fetta di cucina creola e spero presto di saper fare molto di più”.

Sandy: “Musica capoverdiana? Musica italiana?”

Ornella: “Ho sempre apprezzato molto la musica Capoverdiana, la prima volta che misi piede a Capo Verde, ormai diciottenne, ricordo che rimasi incantata dalla musica e dal ballo, in quegli anni erano nel pieno del loro successo Gil Semedo e Suzanna Lubrano, due grandi artisti che stimo ancora oggi. Crescendo i miei gusti si sono amplificati ed ora apprezzo moltissimo anche la Morna che ascolto sempre molto volentieri da Bana, Tito Paris, per non parlare di Cèsaria Èvora, quest’ultima parte sicuramente me l’ha passata mia madre che a tempo di musica, cucinava, ballava e si puliva casa insieme. Per quanto riguarda la Musica Italiana prediligo i cantautori come Fabrizio De André, Franco Battiato, Claudio Baglioni ma anche Caparezza e Frenkie hi-nrg mc che parlano molto di temi sociali”.

Sandy: “Cosa ti piace della tua città?”

Ornella: “Della mia città mi piace il fatto che puoi trovare sia il mare che la campagna e ci sono molti posti da poter visitare, dall’acquario ai palazzi storici, insomma, se si cerca ci sono attività da fare per tutti dai più piccoli ai più grandi”.

Sandy: “Un pregio e un difetto della tua città?”

Ornella: “Un pregio di Genova è sicuramente legato al clima non ci sono inverni troppo freddi, il clima è sempre abbastanza mite e per una freddolosa come me è l’ideale. Un difetto è che i Genovesi rimangono sempre un popolo abbastanza diffidente non proprio aperto al nuovo che avanza, peccato!”

Sandy: “Cosa pensi del razzismo? Mai subito episodi di razzismo? Se sì, raccontaci un episodio”.

Ornella: “Fortunatamente ad oggi veri e propri episodi di razzismo non ne ho mai subito ma invece posso dire che, il solo fatto di avere un nome italiano, essere nata a Genova ed avere la pelle nera, a volte ad alcuni, porta un po’ di sgomento (della serie ma come è possibile che sei nera, parli pure bene l’italiano e ti chiami Ornella? Ecco questo atteggiamento mi dimostra solo di avere davanti delle persone stupide). Il resto è fuffa, nel senso che come abbiamo ben visto anche in questi ultimi tempi di Covid-19 tutti si sono messi contro tutti, americani, italiani ecc.”.

Sandy: “A proposito degli americani, cosa pensi di quello che sta accadendo in questi giorni in USA?”

Ornella: “In America il razzismo è molto più presente e sono molto più frequenti le ingiustizie da parte di poliziotti verso gli Afroamericani, ecco perché la reazione in risposta alla milionesima disumanità è stata così violenta da parte delle varie comunità afroamericane e non solo. Prima di tutto i diritti umani che devono essere uguali per tutti a prescindere dal colore della pelle. Stop allo sfruttamento, all’egoismo delle persone”.

Sandy: “E’ possibile che il Covid-19 abbia giocato un ruolo fondamentale nelle manifestazioni di questi giorni in America e nel resto del mondo?”

Ornella: “Tutto è possibile. C’è da dire però che il problema del razzismo è più vecchio del Covid-19. Ho un amico che per lavoro gira molto e mi ha confermato che gli americani sono proprio stanchi di vedere ingiustizie e cattiveria gratuita per le loro strade”.

Sandy: “Cosa ti piace e non ti piace d’Italia?”

Ornella: “Mi piace dell’Italia sicuramente la storia ed il cibo oltre che i paesaggi meravigliosi. Non mi piace la forma di sottomissione che gli Italiani dimostrano in certe situazioni dove invece si dovrebbe lottare di più”.

Sandy: “Cosa puoi “offrire” all’Italia come persona?”

Ornella: “A questo paese posso solo offrire una storia diversa per poter analizzare un punto diverso da quello a cui sono abituati”.

Sandy: “Dammi il primo consiglio che ti viene in mente?”

Ornella: “Il primo consiglio che mi viene in mente di darti è quello di lottare sempre per ciò in cui credi”.

Sandy: “Come ti vedi fra dieci anni? Dove ti vedi tra dieci anni?”

Ornella: “Tra dieci anni credo che lavorerò ancora spero di avere più tempo per stare vicino alle persone con cui ho costruito una famiglia e godere dei miei nipoti che per allora saranno adolescenti! Se Deus quizer (Se Dio vuole)”

Sandy: “Sogni nel cassetto?”

Ornella: “Preferisco non rivelare questa informazione, magari un giorno si avvera”.

Sandy: “Ornella che dire? Grazie mille e ti auguro il meglio e che i tuoi sogni si realizzano”.

Ornella: “Grazie a te!”

Vi presentiamo alcuni piatti realizzati da Ornella:

Intervista a Joanicia da Cruz

“Voilà! Rien ne va plus, les jeux sont faits”

Joanicia Adelina Amador da Cruz nasce il 21 giugno 1993 a Porto Novo nell’isola di Santo Antao, Capo Verde.

È arrivata in Italia il 17 febbraio 2007 da sola, per raggiungere la madre, lasciando il padre con cui fino a quest’età è cresciuta. È stato un viaggio doloroso perché non voleva staccarsi da lui.

Si è diplomata nel 2013 alla scuola alberghiera Marco Polo di Genova.

Joanicia è una ragazza che ha tanta voglia di fare, intraprendente, determinata, simpatica, solare, disponibile, responsabile; è bravissima a cucinare, soprattutto i dolci.

Se passi una giornata con lei te ne accorgerai che è una ragazza piena di talento, amabile e sempre col sorriso sulle labbra.

Nel 2015 parte per una nuova avventura, si trasferisce in Francia a Les Ulis.

Sandy: ” Ciao Joanicia! Benvenuta a Tè con Sandy e Mea! Chi è Joanicia?”

Joanicia: “Joanicia è una capoverdiana e sono fiera di esserlo e nel mio cuore ci sono dieci puntini (le dieci isole) metto al primo posto il dovere e poi il piacere, sono simpatica e socievole, amo la solitudine ma sono anche una mina vagante e quando mi arrabbio mi arrabbio!”

Sandy: “Ci conosciamo da un po’, intervistarti è un piacere immenso! So che ci sarà da divertirsi ma soprattutto sarà un momento di condivisione. Sei arrivata a Genova nel 2007 per ricongiungere con tua madre, i tuoi due fratelli più grandi e una sorella più piccola. Hai fatto la scuola alberghiera Marco Polo, fra l’altro portando all’esame una tesina su Capo Verde. Per iniziare raccontaci la tua esperienza quando sei arrivata in Italia”.

Joanicia: ” La prima cosa che mi ha colpita appena sono arrivata qui, di preciso a Malpensa, è che non si vedeva niente, nemmeno la strada, per la nebbia, sembravo un prosciutto congelato, ero abituata al sole della mia terra e mi mancava già mio padre. Infatti, a Genova il giorno dopo sono uscita con i capelli bagnati, cosa che facevo sempre, e mi sono ammalata, sull’ autobus ho preso una multa perché avevo lasciato il portafoglio a casa, non capivo niente, dovevo abituarmi. L’ unica cosa che mi rendeva felice era rivedere mia madre dopo cinque anni e stare con i miei fratelli”.

Sandy: “Com’era la tua vita a Capo Verde?”

Joanicia: “Era bellissima, ho dei bei ricordi: mio padre mi portava all’asilo in bici giocavo sempre con i maschi, ricordo le corse dei cavalli”.

Sandy: “Cavalli? Sai andare a cavallo?”

(Risate)

Joanicia: “Ma no, usavamo le scope! Saltavamo la corda. La cosa bella era che si poteva camminare senza scarpe, si usciva anche con una maglietta strappata e andava bene; stavo tranquilla”.

Sandy: “A scuola a Genova? Con i nuovi compagni e professori?”

Joanicia: “Un pesce fuor d’ acqua, non respiravo!!! L’unica cosa bella era che in classe con me c’era mio fratello Edgar, quindi parlavamo in creolo prendevamo la gente in giro … ma non capivo niente di italiano, infatti andavo anche alla scuola di italiano Wall Street, stavo delle ore con le cuffie e ripetevo come una scema le frasi. Alcuni miei compagni erano antipatici quindi non ho legato più di tanto con loro, son rimasti conoscenti ma non siamo diventati amici. A scuola prestavo attenzione alle lezioni però tante volte mi addormentavo. Odio il freddo e la neve, mi congelo tutta…. voglio il caldo!”

(Risate)

Sandy: “Sei riuscita col tempo a farti degli amici a Genova?”

Joanicia: “Non avevo amici, la maggior parte delle volte uscivo da sola se no mi vedevo coi ragazzi del mio stesso palazzo nella piazzetta, al massimo uscivo con mia sorella più piccola e mia cugina”.

Sandy: “Hai mai lavorato qui o fatto stage dato che hai fatto l’alberghiero?”

Joanicia: “Ho lavorato ad Albisola come aiuto cuoco, e nel 2010 in Costa Azzurra un mese a San Raphael in un villaggio turistico”.

Sandy: “E com’ è andata la tua esperienza lavorativa in questi luoghi?”

Joanicia: “Non ti puoi aspettare granché, usano prodotti già pronti, devi solo finire il lavoro. Per uno che vuole imparare e ha passione per la cucina è stata una delusione, però è stato bello perché ho potuto imparare un’altra lingua e mi sono anche divertita”.

Sandy: “So che sei bravissima a cucinare ed è sempre stata la tua passione sin da piccola… è solo per questo che hai scelto l’alberghiero?”

Joanicia: “Non solo per questo. Ho visto da un volantino che ci avevano dato alle scuole medie e così decisi da sola iniziare quella scuola”.

Sandy: “Come ti sei trovata al Marco Polo?”

Joanicia: “Hanno delle regole rigide, o ci stai o te ne vai. la preside ci aspettava all’ entrata della scuola per controllare come eravamo vestiti e diceva che lì si andava a studiare, diceva di stare tranquilli e che una volta usciti di lì avremmo trovato subito lavoro. I primi due anni sono di teoria mentre dal terzo anno inizi a fare pratica, l’unica cosa che non mi piaceva era montare il latte!” (Risate)

Sandy: “Ti piace di più fare la cuoca o la pasticcera?”

Joanicia: “Mi piace di più fare i dolci, quando faccio una torta mi sento soddisfatta e dico cavolo l’ho fatta io!”

Sandy: “Hai mai subito comportamenti razzisti qui?”

Joanicia: “Si ma non gli ho dato troppa importanza, mi hanno dato della negra e detto di tornare al mio paese oppure sull’ autobus mi è capitato di vedere che quando passavo, le signore tenevano strette le loro borse poi sono le prime che d’ estate vanno a prendere il sole per diventare nere”.

Sandy: “In questi giorni stiamo assistendo a varie proteste per la morte di George Floyd nel corso di un arresto eseguito della polizia di Minneapolis (Minnesota). Tantissime persone sono scese in piazza in tutto il mondo per manifestare contro l’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine e contro l’odio razziale. Cosa ne pensi di tutto ciò?”

Joanicia: “Penso che questo non finirà mai, adesso nessuno ascolta nessuno. Le manifestazioni non servono ora perché finiscono sempre male, scontri e guerre. E sinceramente trovo tutto questo molto triste”.

Sandy: “Molte persone sostengono che bisogna protestare, al di là degli scontri, si può farlo pacificamente. Secondo te, tutto ciò porterà a una maggior apertura mentale e di cuore?”

Joanicia: “La vedo dura, giustamente perché ci saranno ancora più scontri e non ci saranno dei miglioramenti/cambiamenti positivi. Siamo tutti stanchi di quest’odio razziale, però la violenza con la violenza non ci porterà da nessuna parte. Sono d’accordo che bisogna protestare ma pacificamente. Comunque, con questi governi corrotti non cambierà nulla perché i razzisti troveranno sempre una via di scampo, una scusa per giustificare il loro atteggiamento”.

Sandy: “Bene! Poi un giorno hai deciso di lasciare Genova e sei partita per una nuova avventura…Francia! Non ti manca un po’ Italia? Genova?”

Joanicia: “Mi dispiace di aver lasciato l’Italia per il semplice motivo, ho avuto l’opportunità di studiare lì, ho imparato la lingua e ho conseguito un diploma. Ringrazio l’Italia per avermi dato l’opportunità a mia mamma di avermi fatto studiare e questo mi è permesso di essere qui e di avere un lavoro! Mi manca i miei cari, però l’Italia ora non è pronta per cambiamenti e non hai la possibilità di crescere nel lavoro. È tutto molto chiuso e ristretto”.

Sandy: “Com’è la tua nuova vita?”

Joanicia: “La mia nuova vita? Una meraviglia! Mi sono trasferita a Les Ulis (rimane a venti minuti da Parigi) cinque anni fa, arrivata qui ho fatto una formazione per imparare la lingua bene e nel frattempo sono diventata mamma. Oggi lavoro, ho un bellissimo bimbo di tre anni e un compagno. Sono felice della mia scelta di venire qui”.

Sandy: “Lavori sempre nel campo alberghiero?”

Joanicia: “No, dopo che ho avuto il bambino ho dovuto trovare un altro lavoro per via degli orari. Adesso lavoro da lunedì a venerdì e ho più tempo per stare con la mia famiglia”.

Sandy: “Musica capoverdiana preferita? Italiana?”

Joanicia: “Musica capoverdiana? Mi piace il zouk e la morna, i miei cantanti preferiti sono Cesária Évora e Ildo lobo! Invece riguardo alla musica italiana mi piace ascoltare Laura Pausini, Eros Ramazzotti, Andrea Bocelli, i primi che ho iniziato ad ascoltare arrivata in Italia”.

Sandy: “In questi giorni di pandemia, a causa del Covid-19, come state vivendo ed affrontando questo momento in Francia?”

Joanicia: “Guarda, sinceramente hanno fatto del loro meglio, è stato triste vedere tutta questa gente morire. Siamo stati a casa, con mio figlio abbiamo fatto delle attività insieme, ha imparato a contare in portoghese e in italiano. Direi che la stiamo affrontando bene”.

Sandy: “Sogni nel cassetto?”

Joanicia: “Lavorare come hostess negli aerei”.

Sandy: “Oh là là… rien ne va plus, les jeux sont faits! Bene abbiamo finito …. ti ringrazio della tua disponibilità in bocca al lupo per il tuo futuro… a presto!”

Joanicia: “Grazie a te!”

Intervista a Lucy Monteiro

Lucy Monteiro

“La vita è dura ed è bene accettarla fin da subito. La povertà non è una vergogna, l’importante è conservare la dignità.”

Nonna Olimpia

Lucialina Lopes Monteiro nasce a Capo Verde, nella città di Mindelo, il 4 ottobre del 1966. Il padre è originario dell’isola di Santo Vicente e la madre dell’isola di Sao Antao. I genitori si sperano presto, è ancora una bambina quando si trasferisce insieme a suo fratello maggiore dalla nonna materna, Olimpia. Fino all’età di due anni vive con la madre e la nonna paterna a Mindelo.

Per lei la sua infanzia fu molto bella e serena, ha dei bei ricordi di sua nonna materna, delle sue zie e dei suoi cugini. Seppure non abitassero tutti insieme nella stessa casa, erano tutti molti uniti e felici. Ringrazia ogni giorno di essere cresciuta in quella casa di “Fund de Lombo Branco” a Porto Novo.

Cresce in un ambiente cattolico molto rigido; già all’età di quindici anni prendeva il traghetto da sola per andare a trovare la nonna paterna Paula e fare delle commissioni a Sao Vicente. E così passa la sua infanzia e adolescenza viaggiando tra le due isole.

Il rapporto con la nonna materna è stato molto importante per la sua crescita personale e professionale. Nonostante l’isola di Santo Antao, a quei tempi, non disponesse di un liceo, la sua voglia di studiare era tanta. Finito gli elementari aspetta due anni per ricominciare gli studi e la sua caparbietà le porterà a frequentare anche il liceo, malgrado le tante difficoltà che vi si presentarono in quel periodo.

Arriva a Genova nel dicembre del 1983, all’età di 17 anni, con una sua cugina per ricongiungere la madre.

Con determinazione e con l’aiuto della madre si iscrive alla scuola per gli infermieri all’Ospedale Galliera, si diploma e diventa infermiera professionale. Oggi lavora all’Ospedale Galliera, con l’epidemia di covid-19 per lei ogni giorno è una benedizione.

Sandy: “Ciao Lucy! Benvenuta a “Tè con Sandy e Mea”. Nella tua presentazione abbiamo già detto che sei arrivata in Italia nel 1983 per ricongiungere tua madre. Com’è stato il tuo arrivo in una nuova realtà?”

Lucy: “Non è stato facile. Sono arrivata con mia cugina, che per me è come una sorella, per ricongiungerci alle nostre madri. Ho iniziato subito a studiare, Istituto Vittorio Emanuele II, ragioneria. Facevo la scuola serale perché di giorno lavoravo, pulivo uffici ecc. Poi decisi nel 1989 di fare la scuola per gli infermieri all’Ospedale Galliera, grazie all’aiuto di madre, e nel 1992 sono diventata infermiera professionale”.

Sandy: “Hai trovato subito lavoro? Hai avuto dei problemi nell’inserimento nel mondo lavorativo a Genova?”

Lucy: “Sì, ho trovato subito lavoro all’Ospedale Galliera e tuttora lavoro lì e mi trovo bene.”

Sandy: “Dalle tue parole il tuo lavoro ti piace e ti rende felice. È così?”

Lucy: “Sì! Ogni giorno per me è una gioia poter fare il mio lavoro”.

Sandy: “Invece cambiando un po’ tema, andando sulla sfera personale, figli? Sposata?”

Lucy: “Sono sposata e ho un figlio che è il centro del mio universo. Mi ritengo di essere una donna molto fortunata, di avere anche dei genitori fantastici e un fratello che adoro”.

Sandy: “Quindi tuo figlio è nato qui, cosa fa ora? Cosa ne pensa delle sue origini capoverdiane? Tuo marito è capoverdiano o italiano?”

Lucy: “Mio figlio è nato qui. L’abbiamo sempre portato a Capo Verde e ha fatto anche delle amicizie lì. A Capo Verde tutto è molto diverso, genuino e sincero. Infatti, a lui piace tutto di Capo Verde, dal cibo agli usi e i costumi. Riguardo alla comunità capoverdiana qui, frequenta poco. Sì, mio marito è capoverdiano, di Porto Novo. Siamo sempre stati persone riservate e preferiamo fare la nostra vita un po’ in disparte. Qui abbiamo grossi problemi di unione, di condivisione e a volte anche di rispetto. Perciò io e mio marito lo abbiamo tenuto un po’ al di fuori della comunità, sostenendo sempre le sue scelte e lasciandolo ragionare con la propria testa, in fine ha seguito i suoi sogni. L’anno scorso si è laureato in psicologia ed ora si prepara alla specializzazione”.

Sandy: “Un tuo pregio e un tuo difetto?”

Lucy: “Un mio pregio è essere molto generosa, aggiungo anche essere riservata. Vedi nella vita, purtroppo, quando si è troppo generosi con gli altri, a volte se ne approfittano. Ci sono rimasta male in tantissime occasioni, però sono fatta così e questo mi rende umana. Un difetto? Sono molto permalosa, ma sto lavorando su di esso”.

Sandy: “Mi piace osservare molto le persone, mi affascina l’essere umano nella sua bellezza e nella sua complessità. Mi ricordo quando ti vidi per la prima volta, quello che mi colpì di te è stato il tuo sguardo così lontano e così vicino, indiscreto e silenzioso. Dietro a quegli occhi profondi c’è una donna che avvolge qualche mistero lontano. E così?”

Lucy: “Mistero? No, assolutamente no. Di solito sono molto cristallina, mi piace abbracciare le persone … mi “apro” verso gli altri. Per me un abbraccio è come mangiare un pezzo di cioccolato, mi dà più calore che baciare le persone. Fin da bambina mi piaceva abbracciare le persone, sento qualcosa di diverso, sento il calore umano”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che non dimenticherai mai?”

Lucy: “Ci sono due frasi di mia nonna che costudisco nella mia mente e nel mio cuore: La vita è dura ed è bene accettarla fin da subito. La povertà non è una vergogna, l’importante è conservare la dignità”.

Sandy: “Un proverbio italiano e uno capoverdiano?”

Lucy: “Proverbio italiano: Paese che vai usanze che trovi. E un proverbio capoverdiano: Se ti viene dato un consiglio e lo disprezzi, otterrai la maledizione di Caino come compenso”.

Sandy: “Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Lucy: “Sicuramente sì. Per me è stato un forte cambiamento, sono cresciuta qui. Mi è servito a migliorare economicamente e culturalmente, Italia è diventata la mia seconda patria. Mi piace l’inno nazionale e la cucina italiana”.

Sandy: “Piatto capoverdiano preferito? Italiano?”

Lucy: “Non ho un piatto unico capoverdiano preferito. Mi piace la Catchupa, il pesce cucinato in vari modi, Canja, fagioli verdi ecc. La cucina italiana? Per me è la Queen of the world, è ricca e variegata. In assoluto mi piace Pasta con olio, aglio e peperoncino”.

Sandy: “Musica capoverdiana?”

Lucy: “Morna e Coladera sono i miei generi musicali preferiti. I miei cantanti sono: Cesária Évora, Ildo Lobo, Bana e Luís Morais.”

Sandy: “Riguardo alla comunità capoverdiana a Genova?”

Lucy: “Innanzitutto a Genova ci manca un Consolato di Capo Verde, siamo in tanti, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti. Immagino persone come mia madre, anziane, il quanto può essere difficile e stressante sbrigare qualche pratica o semplicemente richiedere il passaporto. Sono costretti ad andare a Roma (il viaggio è lontano e costoso) oppure spedire dei documenti, per loro è molto più complicato. Riguardo alla comunità capoverdiana deve essere più civile e più aggregata nel bene e nel male perché a Capo Verde non siamo così, siamo persone splendide e unite”.

Sandy: “Cosa ti piace di Genova?”

Lucy: “Di Genova mi piace il connubio tra mare e monti. Insomma la Regione Liguria è splendida”.

Sandy: “In questo connubio perfetto della città, secondo te c’è qualche difetto?”

Lucy: “Un difetto? Secondo me la diffidenza dei Genovesi, questo blocca la città e le persone”.

Sandy: “Cosa pensi del razzismo? Mai subito episodi di razzismo? Se sì, raccontaci un episodio”.

Lucy: “Essendo nata in una nazione multiculturale, non ho conosciuto il razzismo lì. Qui invece mi sono capitati episodi di razzismo, ma grazie a Dio sono andata sempre avanti e non mi sono persa in questo vortice negativo. Penso che il razzismo sia ignoranza pura, quando una persona si mette a discutere con persone ignoranti rischia di scendere ai loro livelli, è solo una grande perdita di tempo e di energia”.

Sandy: “Com’è stato lavorare in questi giorni di emergenza?”

Lucy: “Per ora preferisco non parlare, è tutta una situazione abbastanza stressante e delicata. Però sono disponibile, più avanti, per un’intervista per raccontare la mia esperienza e il mio lavoro in questi mesi dell’epidemia di Covid-19″.

Sandy: “Un consiglio al volo per tutti noi?”

Lucy: “Essere felice sempre e fare tesoro di ciò che abbiamo”.

Sandy: “Dove ti vedi fra dieci anni?”

Lucy: “In pensione a Capo Verde a godermi la mia vita in perfetto stile relax, come si dice giù: NO STRESS!”

Sandy: “Lucy ti ringrazio per l’intervista e ti auguro il meglio”.

Lucy: “Grazie a te”.

Intervista a Fatinha Lopes

Fatinha Lopes

Fatima Lopes, più conosciuta nella nostra comunità come Fatinha. Nasce a Capo Verde, nell’isola di Sal, il 23 agosto del 1968. Nel 1988 arriva a Roma per ricongiungere la madre e le due sorelle minori, nella speranza di trovare una vita migliore lascia i suoi cari e il suo paese. Per sette anni visse a Roma, dopo un viaggio a Genova s’innamora della città e si trasferisce.

Fatinha è una donna allegra, simpatica, di carattere aperto e di spirito libero. Ama condividere le sue emozioni e stare con gli altri. Non si annoia mai in sua compagnia, ed è sempre pronta per una nuova avventura. È madre di due figlie e nonna. Ogni giorno lotta, lavorando giorni e notti , sempre con il sorriso sulle labbra. Non ha mai smesso di sognare e la voglia di vivere è tanta.

Sandy “Ciao, Fatinha! Benvenuta a Tè con Sandy e Mea. Sei arrivata in Italia nel 1988, qual è stata la tua prima impressione?”

Fatinha: “Il mio arrivo è stato bello, forse perché ero presa dall’entusiasmo di rivedere mia madre e le mie sorelle, una città nuova, tutto mi è sembrato così meraviglioso. Dopo un mese, tragedia! Volevo tornare a Capo Verde, mi mancava tantissimo mia figlia (un dolore che non auguro a nessuna madre), mio padre, miei amici… insomma la mia vita di prima. Mi sembrava di vivere in una prigione”.

Sandy: “Dopo un po’ di tempo a Roma, ti sei trasferita a Genova. È stato un grosso cambiamento? Hai avuto difficoltà nell’inserirsi nella società genovese?”

Fatinha: “No, non ho avuto delle difficoltà. Avendo già una sorella e dei conoscenti il mio inserimento è stato facile. Poi Genova, forse, è una città apparentemente più accogliente e più tranquilla rispetto a Roma”.

Sandy: “Figli? Hai già detto in precedenza che avevi una figlia a Capo Verde, sei riuscita a farla venire qui?”

Fatinha: “Ne ho due figlie! Sì, prima di venire in Italia avevo già una figlia, purtroppo è rimasta a Sal. È stata la decisione più difficile della mia vita. Comunque, sono riuscita a farla venire dopo qualche anno”.

Sandy: “La seconda figlia è nata qui! Com’è il rapporto con la cultura capoverdiana?”

Fatinha: “Direi molto bene, ho sempre cercato di farla conoscere la mia cultura. L’ho portata anche a Capo Verde per conoscere le sue radici. E’ nata in Italia, figlia di padre italiano ma è anche capoverdiana, italo-capoverdiana”.

Sandy: “Un tuo pregio? Un tuo difetto?”

Fatinha: “Pregio non saprei, ma un difetto sì… un po’ permalosa”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che non dimenticherai mai?”

Fatinha: “Porca pari porquinhe”. (La scrofa partorì un lattonzolo)

(RISATE)

Sandy: “Questa citazione capoverdiana mi ha sempre fatto ridere moltissimo. Mi ricordo che si usava spesso, eppure non ha una connotazione vulgare, ma sì per “dimostrate” la realtà, cioè che è un dato di fatto. Giusto? Un proverbio capoverdiano che usi sempre?”

Fatinha: “Sì, confermo che è così. Un proverbio? Cred na mistere (Credo nel mistero)”.

(RISATE)

Sandy: “Se non fossi venuta in Italia, cosa pensi che avresti fatto a Capo Verde?”

Fatinha: “Sicuramente avrei trovato un lavoro in qualche albergo lì, come tanti altri miei amici. Alcuni hanno fatto carriera, altri no. Però vivono bene e sereni”.

Sandy: “Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Fatinha: “Sì. Ho avuto una figlia qui e nel frattempo poi è arrivata la mia figlia più grande. Ed ora ho un bellissimo nipote”.

Sandy: “Lavoro?”

Fatinha: “Per le donne immigrate, soprattutto ai miei tempi le possibilità di “crescere” nell’ambito lavorativo erano poche. L’unico lavoro disponibile per noi era quello di fare la colf. Non è stato facile adattarsi al ritmo di qui e nei primi anni uscivi solo due giorni alla settimana. Abitavi con le famiglie e la tua giornata fino alla cena era tutta dedicata a loro”.

Sandy: “Ora le cose vanno meglio? O sono peggiorate?”

Fatinha: “Vanno meglio, c’è una prospettiva diversa rispetto a venti anni fa. Però c’è poco lavoro per tutti”.

Sandy: “Il tuo lavoro ti ha resa felice?”

Fatinha: “Il mio lavoro non mi ha resa felice, ho dovuto solo adeguarmi per vivere”.

Sandy: “In che cosa credi?”

Fatinha: “Credo in tutto quello che mi fa stare bene”.

Sandy: “Piatto capoverdiano? Piatto italiano?”

Fatinha: “Sicuramente la Catchupa com pé de Porco (Catchupa com piede di maiale). Invece piatto italiano, la pasta in qualsiasi modo viene fatta, corta o lunga, con sugo o con pesto ecc.”.

Sandy: “Canzone capoverdiana preferita? Italiana?”

Fatinha: “Non ne una preferita sia capoverdiana e sia italiana. Se mi piace ok, sennò amen”.

Sandy: “Bene! Invece cosa ti piace della tua città?”

Fatinha: “Intendi Genova?”

Sandy: “Sì!”

Fatinha: “Sì, certo che mi piace! Non mi piace il carattere dei genovesi, sono molto chiusi”.

Sandy: “Cosa pensi del razzismo? Mai subito episodi di razzismo? Se sì, raccontaci un episodio”.

Fatinha: “Per me il razzismo non esiste, non so cosa sia. No!”

Sandy: “Quando dici “razzismo non esiste” cosa intendi? Secondo molti il razzismo esiste e che oggi lo vediamo e viviamo costantemente”.

Fatinha: “Perché per me non è razzismo, ma sì ignoranza”.

Sandy: “Cosa puoi “offrire” all’Italia come persona?”

Fatinha: “Posso offrire il mio rispetto per questo paese. Ormai sono trentun anni che vivi qui ed è diventata la mia casa”.

Sandy: “Come ti vedi fra dieci anni? Dove ti vedi tra dieci anni?”

Fatinha: “Forse avrò qualche capello bianco in più, ancora non ne ho (risate), chi lo sa? Spero di viaggiare”.

Sandy: “Grazie mille per la tua disponibilità”.

Fatinha: “Prego, alla prossima”.

Intervista a Nays Monteiro

Manuel Lopes Monteiro meglio conosciuto come Nays Monteiro è nato nell’isola di Sao Vicente l’11 aprile 1964. All’età di quattro anni, la madre partì per l’Italia e lui si trasferì da sua nonna a Porto Novo nell’ Isola di Santo Antao.

È cresciuto, quindi, con la nonna in un contesto particolare, ricco di cultura e tradizioni. Tutto questo suscitò in lui la voglia di scrivere poesie e testi musicali ispirandosi a vari cantanti e artisti capoverdiani e non solo, come “Bana”, “Voz de Cabo Verde”, “Cabo Verde Show”, “Kassav”, “Tubaroes”, “Bulimundo”, “Kings”, “Bob Marley”, “Gilberto Gil”, “Roberto Carlos” e tanti altri.

Come per la maggior parte dei bambini, aveva la passione per il calcio; anche se sentiva qualcosa dentro il suo cuore che lo spingeva sempre di più verso la strada della musica. Partecipò due volte al famoso concorso canoro delle isole: “Tud mundo canta/ Tutto il mondo canta”.

Nel 1986 raggiunse la madre in Italia, a Genova. Inizialmente non fu per lui un’esperienza facile: lasciare la sua isola e sua nonna è stato come se gli avessero portato via qualcosa.

Per “affrontare” e reagire a tutto ciò iniziò a scrivere piccoli brani dove parlava della sua terra natale, dell’amore e della costante nostalgia… “Saudade”.

Con il passare del tempo iniziò a conoscere nuova gente, nuove culture, soprattutto quella sudamericana e scoprì la band/ gruppo brasiliano “Nos Quatro” che a quei tempi aveva grande successo.

Nays cominciò ad animare varie serate nei locali di Genova e questo gli permise di conoscere altri generi musicali come: Samba, Bossa Nova, Lambada, Merengue, Salsa, etc.

Nello stesso periodo iniziò anche la sua carriera come DJ e come organizzatore di eventi musicali per le varie comunità straniere, inclusa quella capoverdiana.

La sua prima esperienza a livello di registrazione musicale fu nel 1992, quando insieme a Adao Ramos incisero sei canzoni del suo repertorio.

Più tardi incontrò i due artisti Carlos do Rosario e Manuel Gomes, e decisero di “giocare” con nuovi pezzi musicali. Insieme a loro incise il suo primo CD intitolato “Azul” nel 2002.

Hanno partecipato alla realizzazione del Cd anche Jorge do Rosario nella parte tecnica; Toy Avelino (chitarra), Roger Morreira (chorus/coro), Suzana Lubrano nella canzone “Antuninha Gorduchinha”. L’album per lui fu una grande soddisfazione e la canzone “Antuninha Gorduchinha” ottenne un grande successo a Capo Verde.

La musica per Nays è come l’acqua, senza di essa non potrebbe vivere, sente dentro di sé il bisogno di cantare e attraverso le sue canzoni ci racconta la storia di Capo Verde, i suoi sentimenti, i suoi ricordi d’infanzia, la sua esperienza vissuta e i suoi sogni.

Nel 2008 lanciò un nuovo CD intitolato “Ceu di nha Alma”, i testi sono tutti suoi, gli arrangiamenti sono di Jorge do Rosario e Franco Ramos, con la partecipazione di Jacqueline Fortes, Roger Moreira, Miss Carine Mota, Johnny Fonseca (chitarra), Kinkim Gomes e Skontje (cavaquinho). L’album è stato sponsorizzato da Epicerie Creole e Ricci-pro. Nel 2014 esce il suo CD dal titolo “Romantica inspiraçao” e nel 2018 “Reflexos di Paraiso”.

Sandy: “Ciao Nays! È sempre un piacere parlare con te, soprattutto condividere pensieri e informazioni. In questi anni abbiamo collaborato in vari progetti, soprattutto quelli legati all’Associazione Italo-Capoverdiana. Credo sia stata una bella esperienza e che ci abbia permesso di conoscersi un pò. Anche per te è stato così?”.

Nays: “E’ stata un’ottima esperienza e di grande condivisone. Penso che avrebbe potuto funzionare, purtroppo i nostri compaesani non hanno sposato la nostra causa e sinceramente poteva essere anche molto utile per noi tutti”.

Sandy: “Sei arrivato a Genova nel 1986. La tua prima impressione?”

Nays: “Uhm, era una città molto… come si può dire? Direi un mix tra Italia e America, che si è trasformato nel mito più esotico dopo l’arrivo di brasiliani e cubani. Negli anni 90 andavamo tutti in discoteca a ballare Lambada, Salsa, Merengue. Poi negli anni molto è cambiato e mi sono trovato in un mondo dentro una città”.

Sandy: “Quindi era già all’epoca una città multiculturale?! So che la comunità capoverdiana a Genova era costituita per lo più da donne. Come ti sei trovato?”

Nays: “Sì! La comunità capoverdiana contava con la presenza di soli cinque uomini su un numero più esteso di donne capoverdiane. Le capoverdiane erano tutte sposate o fidanzante, in più mi vedono minorenne e troppo magro. Comunque mi sono trovato bene”.

Sandy: “Non amo parlare d’Integrazione, preferisco usare la parola “Inclusione”. Trovo che l’inclusione sia un processo naturale e spontaneo. Quando mi parli di questa “mescolanza di culture”, mi viene da pensare che forse a quel tempo c’era più inclusione, secondo te cosa è cambiato allora in questi anni? L’influenza dei social network?”

Nays: “Sì, forse perché le persone erano più incuriosito dal “nuovo”; c’era più apertura e le persone volevano scoprire il nuovo mondo aldilà del libro che si leggeva. Quindi nel tempo è cambiato qualcosa, oggi non si parla di qualità, ma sì di quantità e questo porta un po’ di frustrazione ai più scalmanati. Quei tempi tutti lavoravano, il paese offriva più possibilità lavorative ed “i nostri figli” non erano in giro senza fare niente”.

Sandy: “Nays cambiando un po’ il discorso, un tuo pregio e un tuo difetto?”

Nays: “Un mio pregio è Adattare e un mio difetto è Accontentare”.

Sandy: “Quindi da quello che posso dedurre, allora ti sei “adatto” ed “accontentato” di vivere a Genova? Se sì, trovi che sia giusto così?”

Nays: “Non ho mai rischiato o pensato qualche volta di cambiare aria, ma c’è stato un momento…niente di concreto”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che ti è rimasto nel cuore?”

Nays: “Quem tem fé, tem esperança”. (Chi ha fede, ha speranza).

Sandy: “Un proverbio capoverdiano?”

Nays: “Quem não escuta conselhos, depois tem coceira”. (Chi non ascolta i consigli, dopo avrà prurito).

Sandy: “Se non fossi venuto in Italia, cosa pensi che avresti fatto a Capo Verde?”

Nays: “E’ una bella domanda. Penso che avrei seguito i miei sogni quello di fare il musicista a 360 gradi oppure l’insegnante o il comico”.

Sandy: “Il tuo lavoro primario è quello del portinaio ma hai un secondo lavoro che è quello del musicista. Ogni giorno continui ad animare le nostre serate ed a divulgare la musica capoverdiana nel mondo. Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Nays: “Sì! Non mi piace lamentare, ho la salute e un lavoro. La mia pace interiore, mi rende felice”.

Sandy: “Un tuo piatto preferito capoverdiano? E un piatto italiano?”

Nays: “Assolutamente Catchupa. Melanzane alla parmigiana”.

Sandy: “Genere musicale capoverdiano ed italiano preferiti?”

Nays: “Mi piace un po’ tutto, non ho canzoni preferite ad esempio. Ascolto qualsiasi genere musicale”.

Sandy: “Cosa ti piace di Genova? Un pregio e un difetto della tua città?”

Nays: “Mi piace il clima temperato e la sua bellezza. Un pregio? Mare e monte in poco tempo. Invece un difetto, poco strategica”.

Sandy: “Nays, cosa pensi del razzismo?”

Nays: “Non penso al razzismo, ignoro”.

Sandy: “Tu come cittadino di questa città cosa puoi offrirla?”

Nays: “Posso offrire la mia collaborazione come cittadino per bene”.

Sandy: “Cosa intendi per: Cittadino per Bene?”

Nays: “Che rispetta le regole, le leggi, i costumi del paese che mi ospita”.

Sandy: “Come ti vedi fra dieci anni? E dove ti vedi fra dieci anni?”

Nays: “Mi vedo un po’ invecchiato. Mi vedo qua se Dio vorrà”.

Sandy: “Grazie Nays per il tuo tempo e per le tue parole”.

Nays: “Grazie a te!”

Intervista a Tony

Con la mia carissima amica Ilaria, nel corso degli anni in cui eravamo membri e curatrici del blog dell’Associazione Italo-Capoverdiana abbiamo intervistato dei ragazzi “capoverdiani” nati e cresciuti a Genova. L’idea era di dare spazio alle loro idee e di raccontare le loro esperienza.

Ailton Silva più conosciuto come Tony, è nato nell’isola di Sao Vicente a Capo Verde il 17 giugno 1977. È un ragazzo semplice, di buona compagnia e ha una grande passione per il calcio. È sposato ed ha tre figli.

È arrivato in Italia, Genova, il 16 maggio 2004. È molto attivo nella comunità capoverdiana genovese, tanto nell’organizzazione di feste (fa il dj) e della squadra di calcio maschile e femminile (allenatore).

Sandy: “Ciao Tony! Innanzitutto, grazie per la tua disponibilità. Raccontaci il tuo arrivo in Italia”.

Tony: “E’ stata dura lasciare la mia famiglia (mio padre, mia madre e mia sorella); in aereo ero con degli amici, non riuscivo a divertirmi o stare con loro e per quasi tutto il viaggio non ho fatto altro che piangere. Il mio cuore era rimasto a Capo Verde”.

Sandy: “Perché sei venuto in Italia?”

Tony: “Mi sono sposato a Capo Verde e sono venuto a Genova per raggiungere mia moglie che già viveva qui. Dunque, sono arrivato a Malpensa, non ho trovato grandi cambiamenti e mi sono subito innamorato di Genova”.

Sandy: “Quindi ti piace Genova?”

Tony: “Si, assomiglia un po’ alla mia isola Sao Vicente, c’è il mare e il vento. Le persone sono tranquille”.

Sandy: “Gli studi?”

Tony: “Non ho finito gli studi a Capo Verde, sono arrivato fino al terzo anno di liceo. Però ho frequentato un corso medio di elettricista (fatto a Sao Vicente) e un altro corso di alberghiere (sempre fatto a Sao Vicente)”.

Sandy: “Il lavoro?”

Tony: “Ho lavorato a Capo Verde e avevo un buon lavoro, insomma guadagnavo abbastanza per fare una vita tranquilla”.

Sandy: “Dove lavoravi?”

Tony: “Lavoravo in un’azienda di detersivi “Quimicas Sinctilas” e facevo qualche straordinario come elettricista”.

Sandy: “La tua vita a Genova?”

Tony: “E’ ottima, non ho mai avuto problemi di integrazione forse per una questione di carattere. Non chiedo molto, cerco di vivere la mia vita con semplicità e sincerità. Il carattere di un capoverdiano assomiglia molto anche quello genovese”.

Sandy: “Arrivando qui hai avuto difficoltà a trovare lavoro?”

Tony: “Non tanta, lavoravo alla Fincantieri (costruzione di navi da crociera) di Sestri Ponente. Era un buon lavoro, però con la crisi tanti di noi hanno perso il lavoro. Prima il rapporto tra noi colleghi era ottimo, poi con la crisi è iniziata la tensione. Dopo un anno di lavoro mi aspettavo di crescere professionalmente e pensavo che Capo Verde fosse più indietro rispetto all’Italia. Invece mi sbagliavo”.

Sandy: “Cosa pensi dell’immigrazione in Italia?”

Tony: “E’ una cosa soggettiva, io ho avuto fortuna, ma in generale è pessima. Devono imparare tanto per quanto riguarda l’accoglienza, le leggi costituzionali non vengono applicate. Ad esempio, ci sono tante complicazioni per il permesso di soggiorno, tanti soldi da spendere e tanto tempo da aspettare, negli altri Paesi europei non funziona così”.

Sandy: “Perché non torni a vivere a Capo Verde?”

Tony: “Perché non posso, ho tre figli qui. Altrimenti sarei già tornato.” Poi manca l’unione tra noi capoverdiani”.

Sandy: “A proposito, cosa pensi della comunità capoverdiana a Genova?”

Tony: “La comunità capoverdiana a Genova è stata per me una grande delusione perché i capoverdiani a Capo Verde sono diversi. Qui sono degli animali, manca il calore umano che c’è giù, è un ambiente scettico, nessuno aiuta nessuno e hanno sempre voglia di parlare male del prossimo. Se cerchi creare iniziative, c’è poca aderenza; eppure persone con creatività e talento non mancano. Riescono sempre a creare discordia, litigi e dopo un po’ di tempo si perde anche la voglia”.

Sandy: “Sogni nel cassetto?”

Tony: “Vorrei avere una casa a Capo Verde, vivere bene con salute e in pace con i miei figli. Se i miei figli rimangono qui spero che trovino le porte aperte e raggiungano i loro sogni e obiettivi”.

Sandy: “ Grazie dell’intervista, a presto!”

Youssef e la Nutella

Image by M. Maggs from Pixabay

In un paese lontano viveva un ragazzo di nome Youssef. Aveva 20 anni e apparteneva a una famiglia povera. Ogni giorno usciva per andare a lavorare nella piantagione di caffè, prendeva il solito pulmino che lo portava a 100 km da casa sua. Si svegliava tutte le mattine alle 4 per sgobbare tutto il giorno fino alla sera; prendeva il suo cestino con il pranzo e salutava la madre in segno di rispetto.

Era il fratello maggiore di 7 figli (4 maschi e 3 femmine).

Youssef era un ragazzo dalla carnagione scura, snello ma forte; aveva occhi neri, timidi che colpivano chiunque lo guardasse; aveva un bellissimo sorriso ed era un ragazzo sveglio.

Era bravo in matematica infatti tutti si facevano aiutare da lui per la contabilità domestica soprattutto la vicina di casa anziana Safiyyah.

Sarebbe potuto andare al liceo ma i genitori non potevano permetterselo.

La madre era dispiaciuta perché conosceva le qualità del figlio.

Ogni sera prima di andare a letto Youssef baciava la madre sulla fronte; lei lo guardava negli occhi con aria malinconica e diceva sempre questa frase:

“Tu sei mio figlio e dal mio ventre sei uscito. Sei un pezzo di me e credo in te, sei intelligente, sei dolce, il tuo destino è scritto nelle stelle. Segui il tuo cuore e non dimenticare mai chi sei.”

Il padre era un invalido, che non aveva mai ricevuto nessuna ricompensa o pensione dopo quella maledetta guerra.

Abitavano in un paesino di soli 200 abitanti ricco di vegetazione dove si conoscevano tutti.

C’era un unico televisore dove tutti si riunivano alla sera dopo cena per guardare film, telenovelas, partite di calcio, telegiornali etc. Dipendeva dalla serata!

Youssef quando guardava la tv rimaneva sempre colpito dalla pubblicità.

L’ immagine che aveva sempre impressa nella mente era quella della famigliola felice che faceva colazione spalmando la nutella su questa fetta di pane.

Questa pubblicità lo faceva riflettere sulla sua situazione, questo lusso non gli era permesso infatti il pane era fatto in casa dalla madre e a volte gli veniva concesso solo il burro che il pastore Muhammade portava loro.

Ah, come desiderava quella nutella! Voleva assaggiarla almeno una volta per capire che gusto avesse e provare quella sensazione di felicità che provava quella famiglia della pubblicità.

Una sera un po’ diversa dalle altre fece il sogno di essere seduto a tavola con la sua famiglia a mangiare la nutella.

Quando si svegliò prese la decisione di partire alla ricerca di quel nettare degli dei.

Alla sera, dopo il lavoro, durante la cena comunicò alla famiglia che voleva partire.

Tutti rimasero sconcertati, nessuno se lo aspettava, tranne la madre che sapeva sarebbe arrivato questo momento.

Youssef aveva un amico che conosceva un tizio che organizzava viaggi su barche e con i pochi soldi che aveva messo da parte e con i risparmi della famiglia che gli aveva regalato la madre, poté partire.

A lui poco importava se rischiasse la morte ma voleva la sua nutella.

Arrivò il giorno della partenza tutti nel paesino erano tristi, l’anziana Safiyya piangeva e urlava: “Il mio bambino partirà e non tornerà mai più.” Ognuno gli fece dei piccoli regali/portafortuna. 

Lasciò il suo lavoro al fratello secondogenito Ismael, così poteva prendere il suo posto nel sostenimento della famiglia.

Salutò tutti e lasciò per ultima la madre che strinse con un abbraccio. La tristezza della madre era così profonda che riuscì a dirgli solo la solita frase:

“Tu sei mio figlio e dal mio ventre sei uscito. Sei un pezzo di me e credo in te, sei intelligente, sei dolce, il tuo destino è scritto nelle stelle. Segui il tuo cuore e non dimenticare mai chi sei.”

Prese le sue cose e dopo tanti saluti partì alla ricerca della sua nutella.

Qamar Sandra Andrade