Guarda Cabeça! La notte del settimo giorno: il neonato e la strega

Leggende, tradizioni, paesaggi e sogni: storie di fantasmi e storie di streghe

Premessa:

Ci sono racconti e tradizioni a Capo Verde che fanno parte della nostra identità culturale. Purtroppo oggi iniziano a scomparire con la modernizzazione e con la scoperta sempre di più del mondo tecnologico.

La notte del settimo giorno: il neonato e la strega

La prima settimana del neonato è cruciale per la sua sopravvivenza, soprattutto nella notte del settimo giorno. Quella notte il neonato doveva essere protetto e vi erano prese tutte le precauzioni: sale e aglio. Era la notte dove le streghe mangiavano i neonati. As bruxas (le streghe) quando sentivano l’odore del neonato diventavano frenetiche, affamate e cattive.

Il giorno della nascita del bambino/a era buon costume lanciare del sale sul tetto della casa, così si allontanavano le streghe. Era consuetudine chiamare una “Curandera” per effettuare il rituale, infatti dopo il travaglio lei andava in casa del neonato.

Appena entrava in casa iniziava a pregare, controllava ogni angolo della casa, nessun spiffero ci doveva essere, poiché le streghe potevano passare attraverso essi. La curandera buttava il sale e l’aglio intorno e sui tetti della casa, sempre pregando e sempre vigile ( le streghe volano senza pelle e il sale era un ottimo rimedio). La curandera faceva sette giri intorno alla casa.

Come sappiamo, il gatto nero sin dai tempi antichi è un compagno fedele delle streghe (così dicono e raccontano). Dunque, appena si avvicinava un gatto alla casa o si sentiva un miagolio, subito i presenti iniziavano a pregare, scongiuri e volavano manciate di sale qua e là.

Con il pollice chiuso tra le quattro dita puntato verso il gatto, la curandera iniziava: “Passa via, sfiga sinistra, torcia fantoccio, sterco di gatto nero”* oppure “ Sfiga mancina, Spagna beldroega**, testa verso il mare e coda per terra…”.

Povero gatto! Nel caso fosse preso, riceveva tante di quelle bastonate fino alla sua morte. Bastonavano sia il gatto che la sua ombra.

La notte del settimo giorno nessuno dormiva, tutti rimanevano intorno alla culla del neonato fino all’alba. Durante la veglia e per aiutare i presenti a non addormentarsi vi erano cibo, musica e bevande.

Il giorno successivo se tra i presenti uno di loro si fosse ammalato o fosse morto, allora era una strega. Se in uno delle orecchie del neonato vi presentasse un piccolo foro, la strega l’aveva “assaggiato” o “mangiato”.

Dicono che sono stata “mangiata” da una strega e forse ho una gamba più corta dall’altra, ma questo è un altro racconto.

*L’Isola Fantastica di Germano Almeida.

** Beldroega: pedigree o portulaca oleracea

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Roberto Duarte Silva, il chimico di Santo Antão

Roberto Duarte Silva

Roberto Duarte Silva nacque il 25 febbraio del 1837 a Ribeira Grande, Santo Antão. Figlio di Francisco José Duarte e Matilde da Silva Feijòo. Il suo bisnonno, Joao da Silva Feijòo, originario di Rio de Janeiro, fu segretario del Governo di Capo Verde, un naturalista e sicuramente gli trasmesse la passione per la scienza e per la ricerca.

Roberto Duarte Silva fu un noto chimico capoverdiano, specializzò nella chimica organica. All’età di dieci anni iniziò a lavorare come apprendista nella farmacia di Almeida Rhino a Ribeira Grande. Suo padre morì quando aveva solo quattordici anni, una perdita che gli causò grande dolore e frustrazione.

All’età di diciassette anni partì per Lisbona grazie all’aiuto del suo dottore di lavoro, Almeida Rhino. A Lisbona lavorò alla farmacia Azevedo e studiò sotto la guida del farmaceutico Joao de Sousa Teles.

Il 21 marzo del 1857 si diplomò come farmacista nella Scuola Medico Chirurgica a Lisbona. Nello stesso anno sua madre morì a causa dell’epidemia di colerà che colpì duramente quell’anno l’arcipelago.

Roberto Duarte Silva dedicò tutta la sua vita alla scienza, visse anche a Macao, ad Hong-Kong e a Parigi.

Ad Hong Kong aprì la sua prima farmacia. Dopo la guerra della Crimea, alla fine del 1850, fu inviata una spedizione congiunta franco-britannica e Silva fu nominato fornitore ufficiale del corpo di spedizione francese. Dopo questa esperienza, nel 1862, si trasferì a Parigi.

Nel 1863 iniziò a frequentare le lezioni di AdolpheWurtz, Henri Sainte-Claire Deville, Marcelin Berthelot e Jerome Balard. Con una licenza in fisica, divenne uno studente di ricerca di Wurtz e nel 1867 pubblicò il suo primo articolo “Amylamines”:

La ricerca iniziale di Silva fu dedicata soprattutto alla preparazione di amilamina (o amilammina). Seguendo la procedura di Wurtz, decompose “cyanate et cyanurate de amyle” con idrossido di potassio, ottenendo così una miscela di tre ammine. Secondo Friedel, il biografo più affidabile di Silva, prima del lavoro del chimico capoverdiano la produzione di ammine secondarie e terziarie in questa particolare reazione era sfuggita alle osservazioni dei chimici.

Dal 1882 fino alla sua morte insegnò chimica analitica all’Ecole des Mines de Paris (ora si chiama Mines Paris Tech), all’Ecole Centrale des Arts e Manufactures (Ecole centrale de Paris) e all’Ecole Superieure de physique et de chimie industrial de la ville de Paris.

Fu professore di chimica di Charles Lepierre.

A Duarte Silva fu conferito il Premio Jecker (Prix Jecker) dall’Accademia delle scienze francese nel 1885. Nel 1887 divenne presidente della Société Chimique de France.

Nonostante la distanza che gli separava dalla sua terra madre non dimenticò le sue origini. Otto giorni prima di morire scrisse una lettera al suo unico fratello, il suo desiderio fu di avere una proprietà nella sua amata isola: “… volevo avere alberi di arancio, alcuni alberi di caffè, molti banani, ecc., che mi ricordassero una piccola parte della mia infanzia”.

Morì il 9 febbraio del 1889 a Parigi, affetto di una terribile malattia allo stomaco e al polmone sinistro.

Curiosità:

La scuola di Ribeira Grande porta il suo nome;

La banconota capoverdiana di 500 escudos è dedica a lui

A Lisbona c’è una strada a Sao Domingos de Benfica che porta il suo nome.

Bibliografia:

FRAGATA, Revista de Bordo da TACV- CABO VERDE AIRLINES- N°11-Julho 1996

4th International Conference on History of Chemistry, Communication in Chemestry in Europe across Borders and across Generations, 3-7 September 2003 Budapest, Hungary

Sandra Andrade

(Frammenti di una Capoverdiana)

Un’intervista anonima 😎

Frammenti di Una Capoverdiana

Per richiesta del nostro intervistato abbiamo deciso di non pubblicare il vero nome. E’ un’intervista interessante, quindi buona lettura!😊😊😊

Pedro è un giovane capoverdiano, nato nell’ isola di Boavista. È arrivato in Italia nel 2002 per raggiungere la famiglia, la madre e i suoi fratelli. Dopo due settimane dal suo arrivo iniziò ad andare a scuola.

Non ha avuto grossi problemi ad integrarsi nell’ambiente scolastico, ciò anche grazie alla lingua, perché già a Capo Verde capiva un po’ l’italiano, avendo la famiglia immigrata.

Spesso quando vediamo questi ragazzi in giro per Genova, corriamo il rischio di giudicarli ma nel frattempo vengono dimenticati dalla società. Dimenticare significa cancellare dalla nostra memoria questi ragazzi. La società di oggi li trasforma in essere invisibili, perdono la loro identità e ne acquistano altre che non gli appartengono.

Pedro è un ragazzo sensibile verso il mondo, allegro, simpatico, pieno di ottimismo e di sogni. Dice che a volte ragiona troppo e che questo è un fattore che lo blocca nel prendere delle decisioni.

I suoi genitori sono separati: la madre vive in Italia e il padre a Capo Verde.

In Italia ha anche zie, cugini, cugine…praticamente una buona parte della sua famiglia vive qui.

Non ha finito gli studi, è arrivato fino alla terza superiore. È un ragazzo che ama scrivere, disegnare e cerca una vita serena senza troppe complicazioni. Ha sempre un sorriso stampato sulla sua faccia, a volta malinconico. È un ragazzo semplice che non ama giudicare o criticare le persone.

Conosce tre lingue: italiano, portoghese e spagnolo. Come afferma lui conosce anche “easy english” e il suo dialetto (creolo).

Più parlavo con Pedro, più me ne accorgevo che era un ragazzo pieno di principi, con tanta voglia di fare e molto educato. Seduti sul poggiolo (balcone) con vista Genova, ecco cosa mi ha raccontato il ragazzo di cuor buono e cuor di leone:

Sandy: “Pedro sono tanti anni che sei in Italia, hai mai fatto ritorno a Capo Verde?”

Pedro: “Si, dopo sette anni che ero in Italia”.

Sandy: “Da quel che so, hai lasciato la scuola prima di finirla, come mai?”

Pedro: “Ho lasciato la scuola perché volevo essere indipendente, avere i miei soldi… diciamo per motivi personali, insomma volevo lavorare”.

Sandy: “Non vorresti continuare i tuoi studi?”

Pedro: “Si, ma più che altro vorrei trovare un lavoro”.

Sandy: “Raccontaci i tuoi sogni”.

Pedro: “Mi chiedono sempre cosa voglio fare, ma non lo so di preciso. Vorrei solo poter trovare un lavoro fisso, non importa quale, guadagnare i miei soldi e forse fare una famiglia. Già che ci penso perché no, anche una bella casa a Capo Verde dove trascorre le vacanze?!!! In realtà non sono un ragazzo molto ambizioso e mi piace la semplicità”.

Sandy: “La maggior parte delle persone vorrebbero trovare un bel lavoro che realizzi i propri sogni, e tu no?”

Pedro: “Mi fai una domanda difficile… (silenzio,😴😴😴 ). Ti posso dire che mi piace disegnare, scrivere i miei pensieri. Attraverso il disegno riesco ad esprimere più facilmente i miei sentimenti, visto che le cose personali, non le racconti a tutti”.

Sandy: “Quanto all’integrazione a Genova?”

Pedro: “La lingua per me è stata un fattore di aiuto. Ne ero già a conoscenza e quindi dal momento che ho iniziato ad andare a scuola mi sono subito integrato, potevo comunicare con i miei compagni. Mi ricordo un giorno, a scuola, in cui il prof mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Pedro ti posso chiedere una cosa?” e io Si. “Vedo che gli albanesi sono sempre con gli albanesi, italiani con italiani, sudamericani con sudamericani, marocchini con marocchini…e voi capoverdiani con gli albanesi, italiani, marocchini, quindi con tutti, giusto?” e io gli risposi: “Prof, noi non facciamo problemi sul dove siamo o da dove veniamo. L’ importante è l’educazione e il rispetto, credo. Se una persona è educata può andare ovunque e frequentare chiunque”.

Sandy: “Quindi non hai avuto grossi problemi a integrarti nella società genovese?”

Pedro: “No!”

Sandy: “Hai subito episodi di razzismo?”

Pedro: “Una volta, appena arrivato in Italia, stavo giocando calcio con i miei ex-compagni di scuola, ho avuto una discussione con uno e mi ha chiamato negro di *****. Non sapendo cosa volesse dire, quando sono arrivato a casa ho chiesto a mia madre di spiegarmi il significato di quella frase. Il giorno dopo a scuola, il mio compagno mi ha chiesto scusa. Dopo quel giorno, non ricordo altri episodi sgradevoli”.

Sandy: “Esiste il razzismo in Italia?”

Pedro: “Non è razzismo quello che vediamo oggi, è l’ignoranza o il fatto di non conoscere quello che è “diverso da te” che porta al razzismo. Ora si parla della discriminazione razziale, fra un paio di anni si parlerà della posizione sociale; ci sarà una discriminazione più forte di quello che si vede oggi”.

Sandy: “E tu sei razzista?”

Pedro: “No, mi piace conoscere il prossimo.”

Sandy: “Secondo te il modo di vestire aiuta l’integrazione?”

Pedro: “Si, non è la cosa più importante, ma mi ha aiutato. Da dove vengo, isola di Sal, ci si veste come qui. Devo confessare che mi piace mettere le magliette polo, jeans e scarpe da ginnastica (ride). Infatti, quando andavo a scuola mi vestivo così, mi aiutava a non sentirmi inferiore agli altri ed ero sempre alla moda”.

Sandy: “Problemi con la famiglia? È troppo chiederlo?”

Pedro: “Si, si, si…” (ride)

Sandy: “Vedo che il discorso sulla famiglia è abbastanza complicato e toccante. Secondo te la famiglia aiuta i giovani immigrati? Ha un ruolo fondamentale oppure no?”

Pedro: “La mia famiglia non è stata quella che speravo. Preferisco non parlarne”.

Sandy: “Cambiando argomento, quando vivevi a Capo Verde com’eri?

Pedro: “Ero libero, infatti per i problemi che ho avuto qui, ho cercato di essere libero come ero giù. Invece le cose non sono andate come le aspettavo”.

Sandy: “Cosa ne pensi di Genova?”

Pedro: “E’ una città da vivere con la famiglia e un lavoro. Offre poco ai giovani e i governi locali potrebbero fare molto di più di quello che fanno; forse nel passato ha offerto di più, ma ora poco. Riguardo all’immigrazione, Genova è la città che presenta più etnie diverse rispetto alle altre città italiane; c’è un mix di culture e tradizioni riunite in un solo posto/ città”.

Sandy: “Per i giovani stranieri cosa offre?”

Pedro: “Dipende della fortuna che hai. C’è chi cerca e chi no. Comunque, sono molto legato a Genova, ho tanti amici e conoscenti. Quando sono andato a Capo Verde in vacanza non vedevo l’ora di tornare. I miei amici e miei parenti erano qui… mi mancavano. La mentalità giù ormai faceva parte del mio passato, in qualche modo non mi sentivo più parte di essa”.

Sandy: “Pensi al futuro?”

Pedro: “Penso più al presente, il futuro lo vedo troppo lontano”.

Sandy: “La comunità capoverdiana a Genova?”

Pedro: “(Silenzio)… non esiste! Questa domanda una volta me l’ha fatta un signore senegalese che vive qui da tantissimo tempo e che frequentava sempre la nostra comunità. Mi disse: “La comunità capoverdiana di tanti anni fa era un gruppo unito, e secondo me avevano una certa eleganza nel comportarsi. Ora si è dispersa! Eravate pochi e spesso stavate con noi senegalesi. Tutti avevamo un lavoro fisso e ci vedevamo il giovedì e nel fine settimana. Dov’è finita questa bella comunità di gente elegante?”

Sandy: “Ha ragione il signore?”

Pedro: “Penso che un po’ di verità ci sia. Comunque, le persone cambiano e la gente non ha più un lavoro fisso. Ora siamo solo noi giovani e con meno possibilità di realizzarci. Mi ricordo che quando sono arrivato in Italia, tutti andavamo in chiesa alla domenica ed era un modo per ritrovarci insieme, ma ora non si fa più. I ragazzi giovani cosa vanno a fare in chiesa?!!!”

Sandy: “Senti, cosa ne pensi dei matrimoni misti?”

Pedro: “E’ la cosa migliore, fra un paio di anni saremo tutti misti. Dobbiamo solo cercare di mantenere la nostra cultura e tradizione di origine. Non sbagliare come accade sempre, tipo il mio caso.”

Sandy: “Quando morirai dove vorresti essere sepolto, qui o a Capo Verde?”

Pedro: “Non ha tanta importanza ma se dovessi scegliere, sceglierei Capo Verde. È ovvio che dove sei nato, vorresti far ritorno anche da morto per chiudere il tuo ciclo di vita. Con i costi che ci sono per trasportare una salma, ne dubito che farò il ritorno giù 🤣🤣🤣”.

Sandy: “Siamo arrivati alla fine, vuoi aggiungere qualcosa?”

Pedro: “No, ho parlato già abbastanza 😂😂😂”

Sandy: “Ti ringrazio Pedro e ti auguro una vita piena di belle cose e successi”.

Pedro: “Grazie a te per il tempo che hai perso…”

Sandy: Niente è perso, tutto va come deve andare e niente accade per caso. Ars longa, vita brevis (Arte lunga, vita breve), bisogna essere degli artisti perché la nostra vita è così breve. Dobbiamo far ritorno alla vera arte… la vita!”

Quiz: Conosci Capo Verde?

Il partigiano Capoverdiano, Nicolò do Rosario.

Nicolò do Rosario

Il 4 maggio del 2015 l’Associazione Italo-Capoverdiana è stata contatta dal Signor D’Anna Silvio, volontario AVO all’Ospedale Galliera di Genova. Lui raccoglie foto delle targhe dei Partigiani caduti per liberare Italia dal Fascismo su un gruppo di Facebook (https://www.facebook.com/groups/397524347007180/).

Il signor D’Anna aveva trovato una targa quasi illeggibile all’Ospedale Galliera, angolo della via Alessandro Volta, facendo delle ricerche e contattando l’ANPI di Genova aveva scoperto che la targa era stata dedicata al partigiano Nicola Do Rosario nato a Sao Vicente, Capo Verde, il 04/09/1894, caduto in combattimento a Genova il 20/04/1945.

Ricordo quando ho letto la sua e-mail, sono rimasta molto felice e stupita da questa scoperta. Cosa ci faceva un capoverdiano a Genova in quel periodo? E come mai era un partigiano? Probabilmente perché negli anni 40 Capo Verde non era ancora una Repubblica, faceva parte del Portogallo. Forse era arrivato con qualche nave dal Portogallo al Porto di Genova?

Dopodiché abbiamo contatto l’Ambasciata della Repubblica di Capo Verde a Roma, così l’Ambasciatore all’epoca Manuel Amante do Rosario e sorpreso anche lui da questa notizia si mostrò molto interessato. Abbiamo messo in contatto il signor D’Anna con l’Ambasciata.

Successivamente è stato contatto anche il Signor Garaventa Bruno che fece una ricerca più approfondita sulla storia e vita di Nicolò do Rosario. Pubblicando poi nel tempo il libro “Storia di un uomo venuto dal mare.”.

L’Ambasciata Repubblica di Capo Verde e l’Ospedale Galliera (Ufficio Relazioni Pubbliche- URP) collaborarono insieme per il rinnovo della targa e per l’organizzazione della Cerimonia in memoria del caduto, Nicolò do Rosario.

Il 21 aprile 2016 alle ore 11 si è svolta la Cerimonia dell’inaugurazione della nuova targa.

Nota: Nella targa c’è stato un errore di dicitura, non è caduto il 20 aprile ma il 24 aprile del 1945.

La cerimonia contò con la presenza di:

Il Dott. Manuel Amante da Rosa- Ambasciatore della Repubblica di Capo Verde

Dott. Adriano Lagostena- Il Direttore Generale Ospedale Galliera

La Dott.ssa Maria Silva- Funzionaria dell’Ambasciata della Repubblica di Capo Verde

Paola Ravera- Assessore alle Manifestazioni

Per l’ANPI Genova, Arnaldo Buscaglia, membro ufficio di presidenza e della città Metropolitana di Genova

Silvio D’Anna

Bruno Garaventa

Associazione Italo-Capoverdiana rappresentato da Sandra Andrade e Doriana Brito

Fernando Frusoni (figlio del poeta italo capoverdiano Sergio Frusoni) e moglie Haydée.

Nicolò (Nicolau) do Rosario, il Partigiano Capo Verdiano

Nicolò* do Rosario è nato il 4 settembre del 1894 a Sao Vicente (in via Conselheiro Sampaio), Capo Verde. Figlio di Antonia Arcangela do Rosario. Non si ha notizie come arrivò a Genova, ma fu residente in via delle Bernardine 21/2.

Faceva parte della 863° Brigata Garibaldina SAP* “Bellucci” sotto il comando del Comandante Marollo Primiano. La mattina del 24 aprile del 1945 nelle vicinanze dell’Ospedale Galliera cadeva in combattimento, colpito da una mitraglia delle forze nemiche tedesche, lottando per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo.  

Dopo la sua morte, i suoi compagni ammirati per il suo coraggio e per la sua determinazione nel difendere la città chiesero che gli fosse concessa una medaglia d’onore (nº 9063).

Nicolò do Rosario fu seppellito nel Cimitero Monumentale di Genova, ancora oggi si può trovare la sua sepoltura presso il Campo Perenne, riservato ai Partigiani caduti per la Libertà (Tomba 21, Fila 24).

* In alcuni documenti il suo nome è scritto Nicolò, nella sua sepoltura è scritto Nicola. Essendo capoverdiano forse si chiamava Nicolau.

*Squadra Azione Partigiani

Per approfondire consiglio il libro di Bruno Garaventa “Storia di un uomo venuto dal mare”.

Buon 25 aprile a tutti!

Ramédi di Terra (Medicina Casalinga): pomata di Zolfo.

Foto (disegno) di Ponto & Virgula numero 10 e 11

Ramédi di Terra

(Medicina Casalinga)

(Tratto da: Ponto & Virgula- Revista de Intercambio Cultural, n° 10 e 11 Julho/Outubro 1984)

In ogni paese o cultura nel mondo c’è sempre stata la tradizione di curarsi con le medicine naturali, soprattutto quelle casalinghe fate dalla nonna. Così ho deciso di scriverne alcune capoverdiane. Buona lettura.

Tendo a precisare che non consiglio a nessuno di seguire o provare queste ricette, il mio “scopo” è soltanto scrivere e condividere con voi le tradizioni capoverdiane.

Ramédi ti Terra (medicina casalinga): Pomata/unguento di Zolfo

Disturbo: Cocerinha (scabbia)

La scabbia era molto comune nelle isole di Capo Verde, mi ricordo da piccola di averla presa. Era un continuo grattarsi e prudeva tantissimo. Era come avere il pidocchio, ti curavi, andavi a scuola ed ecco che si ripresentava di nuovo. Tra le tante altre cure particolari, si usava la pomata di zolfo (lasciava una puzza per giorni, ma era più efficace).

La sera, dopo la doccia, mettere la pomata sulla parte del corpo con la scabbia. Ripeterlo per tre sere consecutive.

Nota: Non consiglio a nessuno di seguire o provare queste ricette, il mio “scopo” è soltanto scrivere e condividere con voi le tradizioni capoverdiane.

Poesia: Sodad.

SODAD

Image by Marta Cuesta from Pixabay

 Aspetto sempre le buone nuove

Aspetto sempre seduta in questo molo,

 il vento che mi porta speranze nuove.

Sono prigioniera delle stagioni.

La mia anima è vagabonda della notte

La libertà è la speranza

 E la pioggia non è in abbondanza

da queste parti.

Sodad di un tempo lontano

Sodad di un cretcheu

Sodad di una promessa.

Oh, nha pove il mio cuore piange

di un dolore soffocato

Che peccati ha quella terra?

È stato dimenticato negli abissi

di quell’oceano “malcriado”?

Sono prigioniera degli abissi

Sodad di un luogo perduto

Sodad di un cretcheu

sodad di una promessa

Sodad d nha terra.

Qamar

*Sodad: è una parola nel dialetto creolo e arriva dal portoghese Saudade (Nostalgia)

*Cretcheu: è una parola in creolo che vuol dire “qualcuno/a che vuoi tanto bene”, “il tuo amore” oppure “qualcuno/a che desideri tanto”.

* Nha: pronome possessivo “Mia”

*Pove: Popolo

* Malcriado: questa parola si usa spesso a Capo Verde per indicare una persona poco ben educata, ma ha anche un altro significato, malvagio/feroce.

Ramédi ti Terra (medicina casalinga): Chà com barba de midjo (Tè con i filamenti di mais).

Foto di Ponto & Virgula n°9

Ramédi di Terra

(Medicina Casalinga)

(Tratto da: Ponto & Virgula- Revista de Intercambio Cultural, n°9 Maio/Junho 1984)

In ogni paese o cultura nel mondo c’è sempre stata la tradizione di curarsi con le medicine naturali, soprattutto quelle casalinghe fate dalla nonna. Così ho deciso di scriverne alcune capoverdiane. Buona lettura.

Ramédi ti Terra (medicina casalinga): Chà com barba de midjo (Tè con i filamenti di mais).

Disturbo: Piedi gonfi????

Nella gravidanza, quando si avvicina il momento del parto, i piedi della donna si gonfiano. A Capo Verde si consiglia di usare le foglie di pannocchia di Mais (i filamenti).

Quando si prende: Bollire i filamenti della pannocchia di mais e bere una tazza di tè al mattino e un’altra al pomeriggio. Per alcuni giorni continui, finché i piedi non si sgonfiano.

Attenzione: Se una donna incinta ha le mani gonfie, la faccia gonfia e giramenti di testa è consigliabile andare dal dottore. Non mangiare cibi salati.

E qui in Italia? Quali sono le medicini tradizionali usate per i gonfiori ai piedi?

Nota: Non consiglio a nessuno di seguire o provare queste ricette, il mio “scopo” è soltanto scrivere e condividere con voi le tradizioni capoverdiane.

"Quarantena" à moda Cabo-Verdiana em Genova, Parte II