Insalata Psichedelica: “Get what you want, and scream to the world what you feel”.

Insalata Psichedelica

Il dover affrontare la quotidianità di questa nuova società psichedelica, crea nell’individuo un senso d’angoscia e di solitudine. Spesso i nostri obbiettivi o idee tramontano nel nulla (il nichilismo) e questo crea in noi, quella sensazione di disagio e di fastidio, portandoci a credere che siamo incapaci di proseguire o di realizzare qualunque nostro sogno.

Un tempo c’erano degli ideali, oggi ci sono dei bisogni e degli obbiettivi da raggiungere. Quindi la soluzione è quella di sfogare le proprie paure, rabbie ed insicurezze sui social. Dall’unione si è passato all’individualismo, dunque IO PENSO, IO PRODUCO DA SOLO.

Le nostre vite sono diventate delle vetrine esposte ad un pubblico maggiore, dove si agisce solo ed esclusivamente al numero dei “like” e dei “commenti”. Questo rafforza la nostra autostima, le nostre incertezze diventano certezze e fa sì che ci sentiamo persone migliori. Il moto è: “Io non ho niente da nascondere, quindi, non mi vergogno”.  

I social network sono degli spazi dove non sentiamo soli, un REGNO per sfoggiare i mille colori dei nostri desideri profani. C’è sempre qualcuno pronto ad “ascoltare”: Aldilà di quella porta c’è un confessionale, quindi confessa. Con la nostra “ingenuità” abbiamo prodotto un’identità virtuale, siamo diventati dei piccoli robottini pronti a scannare i nostri simili. Insomma, un mezzo per affermarsi il proprio ego.

Qualcuno ha mai letto realmente “Termini e Condizioni di Facebook o di Google”, ad esempio? Io no. Eppure, quando clicchi “Acconsento” hai dato il consenso ad essi di usare i tuoi dati sensibili. “Ma a chi importa?”, questo è il tuo pensiero, giusto? “Io non sono Nessuno”, “Non ho niente da nascondere, se Facebook vuole saperlo, perché no?”. Invece tu sei importante, sei una piccola goccia in quest’oceano che può cambiare la marea.

Avete mai visto il telefilm “Person of Interest”? Immaginiamo solo per un istante, che il mondo è veramente così, c’è questa grande macchina che controlla i nostri comportamenti e pensieri, che veniamo selezionati in base alle nostre azioni, buone o cattive, non rilevanti e rilevanti (nemico pubblico). Fa un po’ senso, vero?

Attenzione quando scrivo questo, non vuol dire che vedi ogni cosa che accade in questo mondo come un grande “Complottismo” dei poteri oscuri. Entrare in questa dinamica del complotto globale ci porta a distaccare della realtà e ci allontana dai nostri veri pensieri. Comunque, questo dei nostri dati personali che sono utilizzati per altri scopi, è un dato di fatto.

Sono giunta alla conclusione qualche giorno fa che, un terzo della mia giornata la passo su Facebook, forse anche di più. Per un motivo o l’altro, le mie dite scorrono velocemente sull’app di Facebook sul mio cellulare. Ci sono dei momenti che senti quel bisogno sfrenato di rispondere, commentare, mandare a quel paese tutto e tutti, solo guardando un post. Devo dire che in me, questi giorni, è nato anche il senso della Paladina della Giustizia. I miei amici virtuali? Il 90%, non ci scambiamo a volte neanche un saluto.

Così per una settimana sono uscita da tutti i social Network, nel prossimo articolo parlerò del mio “Esperimento: No Facebook for one week.”.

“Morire prima di morire”

“La consapevolezza della morte è la base del percorso. Fino a che non si sviluppa questa consapevolezza, tutte le altre pratiche sono inutili.” Dalai Lama

Nella vita abbiamo tante paure, ma c’è una in particolare che ci terrorizza più delle altre… la morte.

La paura è anche l’inizio di un percorso spirituale, il cammino verso Dio affrontando dolori e perdite per capirne le cause e liberarsi da tutto ciò.  Spesso ci capita anche di smarrire il proprio sentiero e di sprofondare in uno stato catatonico, angosciante e triste al solo pensiero della morte nostra e dei nostri cari.

Se andiamo a vedere il significato della morte nei dizionari, troviamo:

“ La cessazione delle funzioni vitali negli organismi viventi e nell’uomo (due cose belle ha il mondo: Amore e morte, Leopardi; certificato di m. ; m. presunta ; pericolo di m. ); suscettibile di determinazioni e analogie spec. nell’ambito etico e psicologico ( una m. gloriosa, infamante ; ha fatto una brutta m. ; c’era intorno un silenzio di m. ), o anche riguardo all’individuazione di un rapporto di causa ed effetto ( quella pleurite è stata la sua m. ) o alla designazione della circostanza, del modo in cui avviene ( m. accidentale, improvvisa, violenta ), e con particolare riferimento alla esecuzione capitale ( condannare a m. ; pena di m. ; sentenza di m., anche fig., a proposito di quanto tolga definitivamente ogni illusione o speranza: la diagnosi del medico è stata per lui la sentenza di m.) o al suicidio.”

Ovviamente da piccola avevo paura della morte, non mi piaceva andare ai funerali neanche a quelli dei parenti più stretti. Andare al cimitero? No, assolutamente no. Sono nata nell’isola di Sal a Capo Verde. Un’isola in mezzo all’Oceano Atlantico con scarsa vegetazione ed è tutto deserto. La terra è rossa e marrone. Provate a immaginare un cimitero nel deserto, niente case attorno, senza luci e i più anziani ci raccontavano mille storie di fantasmi… roba per i duri di cuore! Riuscite a immaginare?

Le tradizioni orali a Capo Verde nella maggior parte dei casi sono legate alla morte. Le storielle che sentivamo da bambini erano di spiriti, streghe, scheletri che uscivano dai cimiteri, cani che diventavano ombre enormi  per poi divorare le nostre anime, fantasmi che vagavano nel deserto, anime che arrivavano dai mari, spose morte che camminavo per strade buie alla ricerca dei loro amati, fantasmi che venivano a tirarti il piede di notte al letto (tuttora non dormo mai con i piedi scoperti hahahah) etc, etc. Poi c’erano anche le testimonianze di persone che ci raccontavano di aver visto dei fantasmi, bambini con un dente solo e che all’improvviso diventavano forme non umane.

Il luto a Capo Verde durava un anno e passa, un funerale durava un mese e il morto rimaneva in casa per quasi tre giorni.  Pensate come può volare la fantasia di un bambino/a o di una persona qualunque?!

All’età di quattordici anni il mio bisnonno paterno si ammalò gravemente, tumore alla prostata. Aveva novantatré anni e non si poteva più operare, soffrì tantissimo. Era un uomo di carattere forte, autoritario e molto saggio. Non aveva studiato ma sapeva tutto: scienza, matematica, filosofia, religioni, fisica, chimica e credeva nella reincarnazione. Con noi bisnipoti era dolce e andavamo da lui in campagna a passare le vacanze estive.

Così durante il periodo della sua malattia sono rimasta a fianco a lui, la sera quando lo portavo da mangiare mi piaceva sedermi ed ascoltarlo. Era un momento intimo e spirituale con il mio bisnonno. Mi raccontava della sua vita e con lui ho affrontato il tema della morte. E senza accorgerne la mia visione della morte cambiò radicalmente. Infatti, quando lui morì, un anno dopo, ero felice per lui perché aveva smesso di soffrire ed era libero finalmente.

Nel corso degli anni ho sentito sempre questa frase “Morire prima di Morire”. Che frase riflessiva! Cosa vuol dire? E poi un giorno feci un viaggio nel regno dei morti…

Intervista a Nays Monteiro

Manuel Lopes Monteiro meglio conosciuto come Nays Monteiro è nato nell’isola di Sao Vicente l’11 aprile 1964. All’età di quattro anni, la madre partì per l’Italia e lui si trasferì da sua nonna a Porto Novo nell’ Isola di Santo Antao.

È cresciuto, quindi, con la nonna in un contesto particolare, ricco di cultura e tradizioni. Tutto questo suscitò in lui la voglia di scrivere poesie e testi musicali ispirandosi a vari cantanti e artisti capoverdiani e non solo, come “Bana”, “Voz de Cabo Verde”, “Cabo Verde Show”, “Kassav”, “Tubaroes”, “Bulimundo”, “Kings”, “Bob Marley”, “Gilberto Gil”, “Roberto Carlos” e tanti altri.

Come per la maggior parte dei bambini, aveva la passione per il calcio; anche se sentiva qualcosa dentro il suo cuore che lo spingeva sempre di più verso la strada della musica. Partecipò due volte al famoso concorso canoro delle isole: “Tud mundo canta/ Tutto il mondo canta”.

Nel 1986 raggiunse la madre in Italia, a Genova. Inizialmente non fu per lui un’esperienza facile: lasciare la sua isola e sua nonna è stato come se gli avessero portato via qualcosa.

Per “affrontare” e reagire a tutto ciò iniziò a scrivere piccoli brani dove parlava della sua terra natale, dell’amore e della costante nostalgia… “Saudade”.

Con il passare del tempo iniziò a conoscere nuova gente, nuove culture, soprattutto quella sudamericana e scoprì la band/ gruppo brasiliano “Nos Quatro” che a quei tempi aveva grande successo.

Nays cominciò ad animare varie serate nei locali di Genova e questo gli permise di conoscere altri generi musicali come: Samba, Bossa Nova, Lambada, Merengue, Salsa, etc.

Nello stesso periodo iniziò anche la sua carriera come DJ e come organizzatore di eventi musicali per le varie comunità straniere, inclusa quella capoverdiana.

La sua prima esperienza a livello di registrazione musicale fu nel 1992, quando insieme a Adao Ramos incisero sei canzoni del suo repertorio.

Più tardi incontrò i due artisti Carlos do Rosario e Manuel Gomes, e decisero di “giocare” con nuovi pezzi musicali. Insieme a loro incise il suo primo CD intitolato “Azul” nel 2002.

Hanno partecipato alla realizzazione del Cd anche Jorge do Rosario nella parte tecnica; Toy Avelino (chitarra), Roger Morreira (chorus/coro), Suzana Lubrano nella canzone “Antuninha Gorduchinha”. L’album per lui fu una grande soddisfazione e la canzone “Antuninha Gorduchinha” ottenne un grande successo a Capo Verde.

La musica per Nays è come l’acqua, senza di essa non potrebbe vivere, sente dentro di sé il bisogno di cantare e attraverso le sue canzoni ci racconta la storia di Capo Verde, i suoi sentimenti, i suoi ricordi d’infanzia, la sua esperienza vissuta e i suoi sogni.

Nel 2008 lanciò un nuovo CD intitolato “Ceu di nha Alma”, i testi sono tutti suoi, gli arrangiamenti sono di Jorge do Rosario e Franco Ramos, con la partecipazione di Jacqueline Fortes, Roger Moreira, Miss Carine Mota, Johnny Fonseca (chitarra), Kinkim Gomes e Skontje (cavaquinho). L’album è stato sponsorizzato da Epicerie Creole e Ricci-pro. Nel 2014 esce il suo CD dal titolo “Romantica inspiraçao” e nel 2018 “Reflexos di Paraiso”.

Sandy: “Ciao Nays! È sempre un piacere parlare con te, soprattutto condividere pensieri e informazioni. In questi anni abbiamo collaborato in vari progetti, soprattutto quelli legati all’Associazione Italo-Capoverdiana. Credo sia stata una bella esperienza e che ci abbia permesso di conoscersi un pò. Anche per te è stato così?”.

Nays: “E’ stata un’ottima esperienza e di grande condivisone. Penso che avrebbe potuto funzionare, purtroppo i nostri compaesani non hanno sposato la nostra causa e sinceramente poteva essere anche molto utile per noi tutti”.

Sandy: “Sei arrivato a Genova nel 1986. La tua prima impressione?”

Nays: “Uhm, era una città molto… come si può dire? Direi un mix tra Italia e America, che si è trasformato nel mito più esotico dopo l’arrivo di brasiliani e cubani. Negli anni 90 andavamo tutti in discoteca a ballare Lambada, Salsa, Merengue. Poi negli anni molto è cambiato e mi sono trovato in un mondo dentro una città”.

Sandy: “Quindi era già all’epoca una città multiculturale?! So che la comunità capoverdiana a Genova era costituita per lo più da donne. Come ti sei trovato?”

Nays: “Sì! La comunità capoverdiana contava con la presenza di soli cinque uomini su un numero più esteso di donne capoverdiane. Le capoverdiane erano tutte sposate o fidanzante, in più mi vedono minorenne e troppo magro. Comunque mi sono trovato bene”.

Sandy: “Non amo parlare d’Integrazione, preferisco usare la parola “Inclusione”. Trovo che l’inclusione sia un processo naturale e spontaneo. Quando mi parli di questa “mescolanza di culture”, mi viene da pensare che forse a quel tempo c’era più inclusione, secondo te cosa è cambiato allora in questi anni? L’influenza dei social network?”

Nays: “Sì, forse perché le persone erano più incuriosito dal “nuovo”; c’era più apertura e le persone volevano scoprire il nuovo mondo aldilà del libro che si leggeva. Quindi nel tempo è cambiato qualcosa, oggi non si parla di qualità, ma sì di quantità e questo porta un po’ di frustrazione ai più scalmanati. Quei tempi tutti lavoravano, il paese offriva più possibilità lavorative ed “i nostri figli” non erano in giro senza fare niente”.

Sandy: “Nays cambiando un po’ il discorso, un tuo pregio e un tuo difetto?”

Nays: “Un mio pregio è Adattare e un mio difetto è Accontentare”.

Sandy: “Quindi da quello che posso dedurre, allora ti sei “adatto” ed “accontentato” di vivere a Genova? Se sì, trovi che sia giusto così?”

Nays: “Non ho mai rischiato o pensato qualche volta di cambiare aria, ma c’è stato un momento…niente di concreto”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che ti è rimasto nel cuore?”

Nays: “Quem tem fé, tem esperança”. (Chi ha fede, ha speranza).

Sandy: “Un proverbio capoverdiano?”

Nays: “Quem não escuta conselhos, depois tem coceira”. (Chi non ascolta i consigli, dopo avrà prurito).

Sandy: “Se non fossi venuto in Italia, cosa pensi che avresti fatto a Capo Verde?”

Nays: “E’ una bella domanda. Penso che avrei seguito i miei sogni quello di fare il musicista a 360 gradi oppure l’insegnante o il comico”.

Sandy: “Il tuo lavoro primario è quello del portinaio ma hai un secondo lavoro che è quello del musicista. Ogni giorno continui ad animare le nostre serate ed a divulgare la musica capoverdiana nel mondo. Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Nays: “Sì! Non mi piace lamentare, ho la salute e un lavoro. La mia pace interiore, mi rende felice”.

Sandy: “Un tuo piatto preferito capoverdiano? E un piatto italiano?”

Nays: “Assolutamente Catchupa. Melanzane alla parmigiana”.

Sandy: “Genere musicale capoverdiano ed italiano preferiti?”

Nays: “Mi piace un po’ tutto, non ho canzoni preferite ad esempio. Ascolto qualsiasi genere musicale”.

Sandy: “Cosa ti piace di Genova? Un pregio e un difetto della tua città?”

Nays: “Mi piace il clima temperato e la sua bellezza. Un pregio? Mare e monte in poco tempo. Invece un difetto, poco strategica”.

Sandy: “Nays, cosa pensi del razzismo?”

Nays: “Non penso al razzismo, ignoro”.

Sandy: “Tu come cittadino di questa città cosa puoi offrirla?”

Nays: “Posso offrire la mia collaborazione come cittadino per bene”.

Sandy: “Cosa intendi per: Cittadino per Bene?”

Nays: “Che rispetta le regole, le leggi, i costumi del paese che mi ospita”.

Sandy: “Come ti vedi fra dieci anni? E dove ti vedi fra dieci anni?”

Nays: “Mi vedo un po’ invecchiato. Mi vedo qua se Dio vorrà”.

Sandy: “Grazie Nays per il tuo tempo e per le tue parole”.

Nays: “Grazie a te!”

Intervista a Tony

Con la mia carissima amica Ilaria, nel corso degli anni in cui eravamo membri e curatrici del blog dell’Associazione Italo-Capoverdiana abbiamo intervistato dei ragazzi “capoverdiani” nati e cresciuti a Genova. L’idea era di dare spazio alle loro idee e di raccontare le loro esperienza.

Ailton Silva più conosciuto come Tony, è nato nell’isola di Sao Vicente a Capo Verde il 17 giugno 1977. È un ragazzo semplice, di buona compagnia e ha una grande passione per il calcio. È sposato ed ha tre figli.

È arrivato in Italia, Genova, il 16 maggio 2004. È molto attivo nella comunità capoverdiana genovese, tanto nell’organizzazione di feste (fa il dj) e della squadra di calcio maschile e femminile (allenatore).

Sandy: “Ciao Tony! Innanzitutto, grazie per la tua disponibilità. Raccontaci il tuo arrivo in Italia”.

Tony: “E’ stata dura lasciare la mia famiglia (mio padre, mia madre e mia sorella); in aereo ero con degli amici, non riuscivo a divertirmi o stare con loro e per quasi tutto il viaggio non ho fatto altro che piangere. Il mio cuore era rimasto a Capo Verde”.

Sandy: “Perché sei venuto in Italia?”

Tony: “Mi sono sposato a Capo Verde e sono venuto a Genova per raggiungere mia moglie che già viveva qui. Dunque, sono arrivato a Malpensa, non ho trovato grandi cambiamenti e mi sono subito innamorato di Genova”.

Sandy: “Quindi ti piace Genova?”

Tony: “Si, assomiglia un po’ alla mia isola Sao Vicente, c’è il mare e il vento. Le persone sono tranquille”.

Sandy: “Gli studi?”

Tony: “Non ho finito gli studi a Capo Verde, sono arrivato fino al terzo anno di liceo. Però ho frequentato un corso medio di elettricista (fatto a Sao Vicente) e un altro corso di alberghiere (sempre fatto a Sao Vicente)”.

Sandy: “Il lavoro?”

Tony: “Ho lavorato a Capo Verde e avevo un buon lavoro, insomma guadagnavo abbastanza per fare una vita tranquilla”.

Sandy: “Dove lavoravi?”

Tony: “Lavoravo in un’azienda di detersivi “Quimicas Sinctilas” e facevo qualche straordinario come elettricista”.

Sandy: “La tua vita a Genova?”

Tony: “E’ ottima, non ho mai avuto problemi di integrazione forse per una questione di carattere. Non chiedo molto, cerco di vivere la mia vita con semplicità e sincerità. Il carattere di un capoverdiano assomiglia molto anche quello genovese”.

Sandy: “Arrivando qui hai avuto difficoltà a trovare lavoro?”

Tony: “Non tanta, lavoravo alla Fincantieri (costruzione di navi da crociera) di Sestri Ponente. Era un buon lavoro, però con la crisi tanti di noi hanno perso il lavoro. Prima il rapporto tra noi colleghi era ottimo, poi con la crisi è iniziata la tensione. Dopo un anno di lavoro mi aspettavo di crescere professionalmente e pensavo che Capo Verde fosse più indietro rispetto all’Italia. Invece mi sbagliavo”.

Sandy: “Cosa pensi dell’immigrazione in Italia?”

Tony: “E’ una cosa soggettiva, io ho avuto fortuna, ma in generale è pessima. Devono imparare tanto per quanto riguarda l’accoglienza, le leggi costituzionali non vengono applicate. Ad esempio, ci sono tante complicazioni per il permesso di soggiorno, tanti soldi da spendere e tanto tempo da aspettare, negli altri Paesi europei non funziona così”.

Sandy: “Perché non torni a vivere a Capo Verde?”

Tony: “Perché non posso, ho tre figli qui. Altrimenti sarei già tornato.” Poi manca l’unione tra noi capoverdiani”.

Sandy: “A proposito, cosa pensi della comunità capoverdiana a Genova?”

Tony: “La comunità capoverdiana a Genova è stata per me una grande delusione perché i capoverdiani a Capo Verde sono diversi. Qui sono degli animali, manca il calore umano che c’è giù, è un ambiente scettico, nessuno aiuta nessuno e hanno sempre voglia di parlare male del prossimo. Se cerchi creare iniziative, c’è poca aderenza; eppure persone con creatività e talento non mancano. Riescono sempre a creare discordia, litigi e dopo un po’ di tempo si perde anche la voglia”.

Sandy: “Sogni nel cassetto?”

Tony: “Vorrei avere una casa a Capo Verde, vivere bene con salute e in pace con i miei figli. Se i miei figli rimangono qui spero che trovino le porte aperte e raggiungano i loro sogni e obiettivi”.

Sandy: “ Grazie dell’intervista, a presto!”

Il partigiano Capoverdiano, Nicolò do Rosario.

Nicolò do Rosario

Il 4 maggio del 2015 l’Associazione Italo-Capoverdiana è stata contatta dal Signor D’Anna Silvio, volontario AVO all’Ospedale Galliera di Genova. Lui raccoglie foto delle targhe dei Partigiani caduti per liberare Italia dal Fascismo su un gruppo di Facebook (https://www.facebook.com/groups/397524347007180/).

Il signor D’Anna aveva trovato una targa quasi illeggibile all’Ospedale Galliera, angolo della via Alessandro Volta, facendo delle ricerche e contattando l’ANPI di Genova aveva scoperto che la targa era stata dedicata al partigiano Nicola Do Rosario nato a Sao Vicente, Capo Verde, il 04/09/1894, caduto in combattimento a Genova il 20/04/1945.

Ricordo quando ho letto la sua e-mail, sono rimasta molto felice e stupita da questa scoperta. Cosa ci faceva un capoverdiano a Genova in quel periodo? E come mai era un partigiano? Probabilmente perché negli anni 40 Capo Verde non era ancora una Repubblica, faceva parte del Portogallo. Forse era arrivato con qualche nave dal Portogallo al Porto di Genova?

Dopodiché abbiamo contatto l’Ambasciata della Repubblica di Capo Verde a Roma, così l’Ambasciatore all’epoca Manuel Amante do Rosario e sorpreso anche lui da questa notizia si mostrò molto interessato. Abbiamo messo in contatto il signor D’Anna con l’Ambasciata.

Successivamente è stato contatto anche il Signor Garaventa Bruno che fece una ricerca più approfondita sulla storia e vita di Nicolò do Rosario. Pubblicando poi nel tempo il libro “Storia di un uomo venuto dal mare.”.

L’Ambasciata Repubblica di Capo Verde e l’Ospedale Galliera (Ufficio Relazioni Pubbliche- URP) collaborarono insieme per il rinnovo della targa e per l’organizzazione della Cerimonia in memoria del caduto, Nicolò do Rosario.

Il 21 aprile 2016 alle ore 11 si è svolta la Cerimonia dell’inaugurazione della nuova targa.

Nota: Nella targa c’è stato un errore di dicitura, non è caduto il 20 aprile ma il 24 aprile del 1945.

La cerimonia contò con la presenza di:

Il Dott. Manuel Amante da Rosa- Ambasciatore della Repubblica di Capo Verde

Dott. Adriano Lagostena- Il Direttore Generale Ospedale Galliera

La Dott.ssa Maria Silva- Funzionaria dell’Ambasciata della Repubblica di Capo Verde

Paola Ravera- Assessore alle Manifestazioni

Per l’ANPI Genova, Arnaldo Buscaglia, membro ufficio di presidenza e della città Metropolitana di Genova

Silvio D’Anna

Bruno Garaventa

Associazione Italo-Capoverdiana rappresentato da Sandra Andrade e Doriana Brito

Fernando Frusoni (figlio del poeta italo capoverdiano Sergio Frusoni) e moglie Haydée.

Nicolò (Nicolau) do Rosario, il Partigiano Capo Verdiano

Nicolò* do Rosario è nato il 4 settembre del 1894 a Sao Vicente (in via Conselheiro Sampaio), Capo Verde. Figlio di Antonia Arcangela do Rosario. Non si ha notizie come arrivò a Genova, ma fu residente in via delle Bernardine 21/2.

Faceva parte della 863° Brigata Garibaldina SAP* “Bellucci” sotto il comando del Comandante Marollo Primiano. La mattina del 24 aprile del 1945 nelle vicinanze dell’Ospedale Galliera cadeva in combattimento, colpito da una mitraglia delle forze nemiche tedesche, lottando per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo.  

Dopo la sua morte, i suoi compagni ammirati per il suo coraggio e per la sua determinazione nel difendere la città chiesero che gli fosse concessa una medaglia d’onore (nº 9063).

Nicolò do Rosario fu seppellito nel Cimitero Monumentale di Genova, ancora oggi si può trovare la sua sepoltura presso il Campo Perenne, riservato ai Partigiani caduti per la Libertà (Tomba 21, Fila 24).

* In alcuni documenti il suo nome è scritto Nicolò, nella sua sepoltura è scritto Nicola. Essendo capoverdiano forse si chiamava Nicolau.

*Squadra Azione Partigiani

Per approfondire consiglio il libro di Bruno Garaventa “Storia di un uomo venuto dal mare”.

Buon 25 aprile a tutti!

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