A te dolce Venezia!

Viaggio con Mea

Cara Mea, ora dedico un istante alla dolce Venezia:

“Dal momento che mi hai aperto le tue porte, dolce, piccola bambina dal grande cuore, la mia maschera è caduta, come un velo di spine e mi è apparso ciò che ho dimenticato di essere. Nella tua culla tutti sono veri e ora capisco il tuo Potere, la tua Essenza.

Qui sono giunti tanti Poeti, Artisti, perché tu sei la vera Musa di loro…di noi. Il tuo silenzio sfiora fiori e immagino ogni essere umano come un fiore.

Chiudo gli occhi e vedo la strada lunga, piena di fiori e mentre cammino un fiore dopo l’altro si apre davanti a me. Riesco a vedere la sua bellezza. Poi ci sono fiori chiusi, per paura; come ad attendere la giusta stagione.

Eppure, vedo alcuni che son dischiusi ogni stagione e da loro emana energia, amore, per tutti gli altri chiusi nell’attesa. In me cresce il desiderio di scrivere, ma, allo stesso tempo il silenzio mi è amico.

Guardo il cielo, il sole acceca il mio volto e una polvere mi toglie il respiro; vedo luci, colori diversi e sento sotto i miei piedi suoni di tamburi e movimento. Il mare balla, balla forte e i battelli accompagnano la danza.

Cara amica Mea, il ballo è appena iniziato; nessuno e nulla è fermo; vedo i cuori della folla che vorticano nell’aria, come dervisci roteanti. Scendono i cammelli dal cielo; ecco il tuo cammello; era Dio il suo custode:

Ora te lo consegna, con tutto il suo amore e la tua corsa inizia in questo istante”.

Intervista a Joanicia da Cruz

“Voilà! Rien ne va plus, les jeux sont faits”

Joanicia Adelina Amador da Cruz nasce il 21 giugno 1993 a Porto Novo nell’isola di Santo Antao, Capo Verde.

È arrivata in Italia il 17 febbraio 2007 da sola, per raggiungere la madre, lasciando il padre con cui fino a quest’età è cresciuta. È stato un viaggio doloroso perché non voleva staccarsi da lui.

Si è diplomata nel 2013 alla scuola alberghiera Marco Polo di Genova.

Joanicia è una ragazza che ha tanta voglia di fare, intraprendente, determinata, simpatica, solare, disponibile, responsabile; è bravissima a cucinare, soprattutto i dolci.

Se passi una giornata con lei te ne accorgerai che è una ragazza piena di talento, amabile e sempre col sorriso sulle labbra.

Nel 2015 parte per una nuova avventura, si trasferisce in Francia a Les Ulis.

Sandy: ” Ciao Joanicia! Benvenuta a Tè con Sandy e Mea! Chi è Joanicia?”

Joanicia: “Joanicia è una capoverdiana e sono fiera di esserlo e nel mio cuore ci sono dieci puntini (le dieci isole) metto al primo posto il dovere e poi il piacere, sono simpatica e socievole, amo la solitudine ma sono anche una mina vagante e quando mi arrabbio mi arrabbio!”

Sandy: “Ci conosciamo da un po’, intervistarti è un piacere immenso! So che ci sarà da divertirsi ma soprattutto sarà un momento di condivisione. Sei arrivata a Genova nel 2007 per ricongiungere con tua madre, i tuoi due fratelli più grandi e una sorella più piccola. Hai fatto la scuola alberghiera Marco Polo, fra l’altro portando all’esame una tesina su Capo Verde. Per iniziare raccontaci la tua esperienza quando sei arrivata in Italia”.

Joanicia: ” La prima cosa che mi ha colpita appena sono arrivata qui, di preciso a Malpensa, è che non si vedeva niente, nemmeno la strada, per la nebbia, sembravo un prosciutto congelato, ero abituata al sole della mia terra e mi mancava già mio padre. Infatti, a Genova il giorno dopo sono uscita con i capelli bagnati, cosa che facevo sempre, e mi sono ammalata, sull’ autobus ho preso una multa perché avevo lasciato il portafoglio a casa, non capivo niente, dovevo abituarmi. L’ unica cosa che mi rendeva felice era rivedere mia madre dopo cinque anni e stare con i miei fratelli”.

Sandy: “Com’era la tua vita a Capo Verde?”

Joanicia: “Era bellissima, ho dei bei ricordi: mio padre mi portava all’asilo in bici giocavo sempre con i maschi, ricordo le corse dei cavalli”.

Sandy: “Cavalli? Sai andare a cavallo?”

(Risate)

Joanicia: “Ma no, usavamo le scope! Saltavamo la corda. La cosa bella era che si poteva camminare senza scarpe, si usciva anche con una maglietta strappata e andava bene; stavo tranquilla”.

Sandy: “A scuola a Genova? Con i nuovi compagni e professori?”

Joanicia: “Un pesce fuor d’ acqua, non respiravo!!! L’unica cosa bella era che in classe con me c’era mio fratello Edgar, quindi parlavamo in creolo prendevamo la gente in giro … ma non capivo niente di italiano, infatti andavo anche alla scuola di italiano Wall Street, stavo delle ore con le cuffie e ripetevo come una scema le frasi. Alcuni miei compagni erano antipatici quindi non ho legato più di tanto con loro, son rimasti conoscenti ma non siamo diventati amici. A scuola prestavo attenzione alle lezioni però tante volte mi addormentavo. Odio il freddo e la neve, mi congelo tutta…. voglio il caldo!”

(Risate)

Sandy: “Sei riuscita col tempo a farti degli amici a Genova?”

Joanicia: “Non avevo amici, la maggior parte delle volte uscivo da sola se no mi vedevo coi ragazzi del mio stesso palazzo nella piazzetta, al massimo uscivo con mia sorella più piccola e mia cugina”.

Sandy: “Hai mai lavorato qui o fatto stage dato che hai fatto l’alberghiero?”

Joanicia: “Ho lavorato ad Albisola come aiuto cuoco, e nel 2010 in Costa Azzurra un mese a San Raphael in un villaggio turistico”.

Sandy: “E com’ è andata la tua esperienza lavorativa in questi luoghi?”

Joanicia: “Non ti puoi aspettare granché, usano prodotti già pronti, devi solo finire il lavoro. Per uno che vuole imparare e ha passione per la cucina è stata una delusione, però è stato bello perché ho potuto imparare un’altra lingua e mi sono anche divertita”.

Sandy: “So che sei bravissima a cucinare ed è sempre stata la tua passione sin da piccola… è solo per questo che hai scelto l’alberghiero?”

Joanicia: “Non solo per questo. Ho visto da un volantino che ci avevano dato alle scuole medie e così decisi da sola iniziare quella scuola”.

Sandy: “Come ti sei trovata al Marco Polo?”

Joanicia: “Hanno delle regole rigide, o ci stai o te ne vai. la preside ci aspettava all’ entrata della scuola per controllare come eravamo vestiti e diceva che lì si andava a studiare, diceva di stare tranquilli e che una volta usciti di lì avremmo trovato subito lavoro. I primi due anni sono di teoria mentre dal terzo anno inizi a fare pratica, l’unica cosa che non mi piaceva era montare il latte!” (Risate)

Sandy: “Ti piace di più fare la cuoca o la pasticcera?”

Joanicia: “Mi piace di più fare i dolci, quando faccio una torta mi sento soddisfatta e dico cavolo l’ho fatta io!”

Sandy: “Hai mai subito comportamenti razzisti qui?”

Joanicia: “Si ma non gli ho dato troppa importanza, mi hanno dato della negra e detto di tornare al mio paese oppure sull’ autobus mi è capitato di vedere che quando passavo, le signore tenevano strette le loro borse poi sono le prime che d’ estate vanno a prendere il sole per diventare nere”.

Sandy: “In questi giorni stiamo assistendo a varie proteste per la morte di George Floyd nel corso di un arresto eseguito della polizia di Minneapolis (Minnesota). Tantissime persone sono scese in piazza in tutto il mondo per manifestare contro l’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine e contro l’odio razziale. Cosa ne pensi di tutto ciò?”

Joanicia: “Penso che questo non finirà mai, adesso nessuno ascolta nessuno. Le manifestazioni non servono ora perché finiscono sempre male, scontri e guerre. E sinceramente trovo tutto questo molto triste”.

Sandy: “Molte persone sostengono che bisogna protestare, al di là degli scontri, si può farlo pacificamente. Secondo te, tutto ciò porterà a una maggior apertura mentale e di cuore?”

Joanicia: “La vedo dura, giustamente perché ci saranno ancora più scontri e non ci saranno dei miglioramenti/cambiamenti positivi. Siamo tutti stanchi di quest’odio razziale, però la violenza con la violenza non ci porterà da nessuna parte. Sono d’accordo che bisogna protestare ma pacificamente. Comunque, con questi governi corrotti non cambierà nulla perché i razzisti troveranno sempre una via di scampo, una scusa per giustificare il loro atteggiamento”.

Sandy: “Bene! Poi un giorno hai deciso di lasciare Genova e sei partita per una nuova avventura…Francia! Non ti manca un po’ Italia? Genova?”

Joanicia: “Mi dispiace di aver lasciato l’Italia per il semplice motivo, ho avuto l’opportunità di studiare lì, ho imparato la lingua e ho conseguito un diploma. Ringrazio l’Italia per avermi dato l’opportunità a mia mamma di avermi fatto studiare e questo mi è permesso di essere qui e di avere un lavoro! Mi manca i miei cari, però l’Italia ora non è pronta per cambiamenti e non hai la possibilità di crescere nel lavoro. È tutto molto chiuso e ristretto”.

Sandy: “Com’è la tua nuova vita?”

Joanicia: “La mia nuova vita? Una meraviglia! Mi sono trasferita a Les Ulis (rimane a venti minuti da Parigi) cinque anni fa, arrivata qui ho fatto una formazione per imparare la lingua bene e nel frattempo sono diventata mamma. Oggi lavoro, ho un bellissimo bimbo di tre anni e un compagno. Sono felice della mia scelta di venire qui”.

Sandy: “Lavori sempre nel campo alberghiero?”

Joanicia: “No, dopo che ho avuto il bambino ho dovuto trovare un altro lavoro per via degli orari. Adesso lavoro da lunedì a venerdì e ho più tempo per stare con la mia famiglia”.

Sandy: “Musica capoverdiana preferita? Italiana?”

Joanicia: “Musica capoverdiana? Mi piace il zouk e la morna, i miei cantanti preferiti sono Cesária Évora e Ildo lobo! Invece riguardo alla musica italiana mi piace ascoltare Laura Pausini, Eros Ramazzotti, Andrea Bocelli, i primi che ho iniziato ad ascoltare arrivata in Italia”.

Sandy: “In questi giorni di pandemia, a causa del Covid-19, come state vivendo ed affrontando questo momento in Francia?”

Joanicia: “Guarda, sinceramente hanno fatto del loro meglio, è stato triste vedere tutta questa gente morire. Siamo stati a casa, con mio figlio abbiamo fatto delle attività insieme, ha imparato a contare in portoghese e in italiano. Direi che la stiamo affrontando bene”.

Sandy: “Sogni nel cassetto?”

Joanicia: “Lavorare come hostess negli aerei”.

Sandy: “Oh là là… rien ne va plus, les jeux sont faits! Bene abbiamo finito …. ti ringrazio della tua disponibilità in bocca al lupo per il tuo futuro… a presto!”

Joanicia: “Grazie a te!”

Buon 2 giugno a tutti

Image by Prawny from Pixabay

Come sappiamo il 2 giugno di ogni anno si celebra la nascita della Repubblica Italiana, data del referendum istituzionale del 1946.

Stamattina mi sono svegliata ed ero decisa a scrivere qualcosa di soft, carino, forse una poesia, forse una frase oppure un pensiero per comemorare questo giorno importante, ma poi il mio sguardo cadde in un libro particolare. Tac, qualcosa in me si è svegliato!

Negli ultimi anni stiamo vivendo momenti di grande confusione, di razzismo, di odio, di dolore, d’intolleranza, di menefreghismo collettivo e d’irresponsabilità nell’ammettere che ci sono i nuovi italiani (e questo sarà un grosso problema per l’Italia in un futuro prossimo).

Condivido con voi un piccolo “frammento” dei racconti di questi donne meravigliose, nate e cresciute in Italia, tratto dal libro:

Pecore Nere, racconti di Igiaba Scego, Laila Waida, Ingy Mubiayi e Gabriella Kuruvilla

<Mi sento una papabile al pestaggio. Sarei perfetta, nessuno alle spalle per difendermi. Un capro perfetto, la perfetta “negra” da picchiare… Sono nera e penso che essere neri sia una sfiga assoluta. Non c’è scampo, sei già condannato ad essere oggetto di occhiatacce di traverso-nella migliore delle ipotesi- o di pestaggi, roghi, lapidazioni, stupri, crocifissioni, omicidi-nella peggiore, E non c’è scampo nemmeno se nasci in un paese dove sono tutti dello stesso tuo colore, in quel caso forse è ancora peggio. Perché prima di tutto rischi di morire di stenti dopo atroci sofferenze… E non sei nemmeno in questo caso, puoi sempre consolarti con qualche flagello naturale che sicuramente non mancherà di colpire il paese di tutti neri, dove tu “negro” sfigato hai deciso di andare ad abitare, stanco degli insulti dei bianchi… Il razzismo ahimè non è una burla. Cazzo, vorrei che fosse una megaburla globale, una farsa da internet… Allora che devo fare? Devo mangiarmi la salsiccia con il vomito per dimostrare di non avere la coda di paglia? Per dimostrare che sono anch’io una sorella d’Italia con tutti i crismi? Di avere impronte mande in Italy a denominazione di origine controllata?… Guardo le salsicce e le getto nell’immondezzaio. Ma come ho potuto solo pensare di mangiarle? Perché voglio negare me stessa, solo per far contenta una signora butterata con la voce da travestito? O far contento i sadici che hanno introdotto l’umiliazione delle impronte? Sarei più italiana con una salsiccia nello stomaco? E sarei meno somala? O tutto il contrario? No, sarei la stessa, lo stesso mix. E se questo dà fastidio, d’ora in poi me ne fotterò!>

Igiaba, “Salsicce”

< A volte vorrei essere orfana. E’ una cosa terribile da dire, lo so. Non sono un’ingrata, forse mi sono espressa male. Voglio un bene da matti ai miei, lo giuro. E’ solo che vorrei che fossero… diversi. Normali, cioè. Come i genitori di tutti gli altri ragazzi della mia classe al Liceo Petrarca. Ho sedici anni e vivo a Milano, diamine… Quasi quasi rimpiangono il fatto di non dover andare al pozzo a prendere l’acqua, l’abitudine di alzarsi all’alba per dare da mangiare alle galline, la fatica immane sotto il sole cocente nei campi. Nonostante la lunga permanenza in Italia, mamma si veste sempre all’indiana, sfoggiando un sari sgargiante dopo l’altro, si pettina sempre all’indiana, cucina sempre all’indiana, parla sempre indiano. Scommetto che se ci fosse un modo di russare all’indiana lo farebbe.>

Layla,” Curry di pollo”

<Nella tasca dei jeans ho questo biglietto. Andata e ritorno, Milano-Madras. Che almeno ci sia, un ritorno. Come sempre, voglio e non voglio… L’aereo atterra. Andiamo a ritirare i bagagli. La stessa atmosfera umida , calda, squallida e soffocante che mi aveva tolto il respiro quando ero bambina. Ma allora ero con mio padre, non con il mio fidanzato… Mentre gli sbattevo in faccia la mia diversità: le mie canottiere che non coprivano le spalle, i miei pantajazz che segnavano il profilo delle natiche e delle game, i miei capelli ricci e sciolti non legai in una treccia, le mie sigarette fumate nei luoghi pubblici, i miei bikini indossati in spiaggia. Volevo che tutto un popolo mi accettasse, mettesse da parte le tradizioni, i suoi dogmi e le sue caste. Gettasse se stesso, per accogliermi: per come ero, per come sono.>

Gabriella. “India”

<Saranno due ore che mi trovo in questo stato. Mia madre e mia sorella sono uscita. Loro sì che si alzano presto, una per andare a lavorare, l’altra per andare a pregare… Il problema è che questa università non funziona… Se continuo così, sicuramente avrò il tempo di vivermi tutte le riforme… Mia sorella è stata fortunata, perché Magda è un nome che può sembrare italiano, io invece.. Hayat, con l’acca aspirata! Chissà, se mi chiamassi Francesca o Giovanna e non avessi questo cognome che comincia per Abd, cioè servo, forse sarei più tranquilla, adesso. Se fossi una Maria Rossi non starei qui a pensare se compilare o meno questo modulo. Lo farei e aspetterei. Magari cercandomi uno sponsor. Perché avrei la certezza che nessuno inarcherebbe le sopracciglia alla vista di un cognome che significa servo e un nome con l’acca aspirata che vogliono infiltrarsi nelle libere e democratiche istituzioni.>

Ingy, “Concorso”

Frammenti_di_unca_capoverdiana
Pecore Nere

Intervista a Lucy Monteiro

Lucy Monteiro

“La vita è dura ed è bene accettarla fin da subito. La povertà non è una vergogna, l’importante è conservare la dignità.”

Nonna Olimpia

Lucialina Lopes Monteiro nasce a Capo Verde, nella città di Mindelo, il 4 ottobre del 1966. Il padre è originario dell’isola di Santo Vicente e la madre dell’isola di Sao Antao. I genitori si sperano presto, è ancora una bambina quando si trasferisce insieme a suo fratello maggiore dalla nonna materna, Olimpia. Fino all’età di due anni vive con la madre e la nonna paterna a Mindelo.

Per lei la sua infanzia fu molto bella e serena, ha dei bei ricordi di sua nonna materna, delle sue zie e dei suoi cugini. Seppure non abitassero tutti insieme nella stessa casa, erano tutti molti uniti e felici. Ringrazia ogni giorno di essere cresciuta in quella casa di “Fund de Lombo Branco” a Porto Novo.

Cresce in un ambiente cattolico molto rigido; già all’età di quindici anni prendeva il traghetto da sola per andare a trovare la nonna paterna Paula e fare delle commissioni a Sao Vicente. E così passa la sua infanzia e adolescenza viaggiando tra le due isole.

Il rapporto con la nonna materna è stato molto importante per la sua crescita personale e professionale. Nonostante l’isola di Santo Antao, a quei tempi, non disponesse di un liceo, la sua voglia di studiare era tanta. Finito gli elementari aspetta due anni per ricominciare gli studi e la sua caparbietà le porterà a frequentare anche il liceo, malgrado le tante difficoltà che vi si presentarono in quel periodo.

Arriva a Genova nel dicembre del 1983, all’età di 17 anni, con una sua cugina per ricongiungere la madre.

Con determinazione e con l’aiuto della madre si iscrive alla scuola per gli infermieri all’Ospedale Galliera, si diploma e diventa infermiera professionale. Oggi lavora all’Ospedale Galliera, con l’epidemia di covid-19 per lei ogni giorno è una benedizione.

Sandy: “Ciao Lucy! Benvenuta a “Tè con Sandy e Mea”. Nella tua presentazione abbiamo già detto che sei arrivata in Italia nel 1983 per ricongiungere tua madre. Com’è stato il tuo arrivo in una nuova realtà?”

Lucy: “Non è stato facile. Sono arrivata con mia cugina, che per me è come una sorella, per ricongiungerci alle nostre madri. Ho iniziato subito a studiare, Istituto Vittorio Emanuele II, ragioneria. Facevo la scuola serale perché di giorno lavoravo, pulivo uffici ecc. Poi decisi nel 1989 di fare la scuola per gli infermieri all’Ospedale Galliera, grazie all’aiuto di madre, e nel 1992 sono diventata infermiera professionale”.

Sandy: “Hai trovato subito lavoro? Hai avuto dei problemi nell’inserimento nel mondo lavorativo a Genova?”

Lucy: “Sì, ho trovato subito lavoro all’Ospedale Galliera e tuttora lavoro lì e mi trovo bene.”

Sandy: “Dalle tue parole il tuo lavoro ti piace e ti rende felice. È così?”

Lucy: “Sì! Ogni giorno per me è una gioia poter fare il mio lavoro”.

Sandy: “Invece cambiando un po’ tema, andando sulla sfera personale, figli? Sposata?”

Lucy: “Sono sposata e ho un figlio che è il centro del mio universo. Mi ritengo di essere una donna molto fortunata, di avere anche dei genitori fantastici e un fratello che adoro”.

Sandy: “Quindi tuo figlio è nato qui, cosa fa ora? Cosa ne pensa delle sue origini capoverdiane? Tuo marito è capoverdiano o italiano?”

Lucy: “Mio figlio è nato qui. L’abbiamo sempre portato a Capo Verde e ha fatto anche delle amicizie lì. A Capo Verde tutto è molto diverso, genuino e sincero. Infatti, a lui piace tutto di Capo Verde, dal cibo agli usi e i costumi. Riguardo alla comunità capoverdiana qui, frequenta poco. Sì, mio marito è capoverdiano, di Porto Novo. Siamo sempre stati persone riservate e preferiamo fare la nostra vita un po’ in disparte. Qui abbiamo grossi problemi di unione, di condivisione e a volte anche di rispetto. Perciò io e mio marito lo abbiamo tenuto un po’ al di fuori della comunità, sostenendo sempre le sue scelte e lasciandolo ragionare con la propria testa, in fine ha seguito i suoi sogni. L’anno scorso si è laureato in psicologia ed ora si prepara alla specializzazione”.

Sandy: “Un tuo pregio e un tuo difetto?”

Lucy: “Un mio pregio è essere molto generosa, aggiungo anche essere riservata. Vedi nella vita, purtroppo, quando si è troppo generosi con gli altri, a volte se ne approfittano. Ci sono rimasta male in tantissime occasioni, però sono fatta così e questo mi rende umana. Un difetto? Sono molto permalosa, ma sto lavorando su di esso”.

Sandy: “Mi piace osservare molto le persone, mi affascina l’essere umano nella sua bellezza e nella sua complessità. Mi ricordo quando ti vidi per la prima volta, quello che mi colpì di te è stato il tuo sguardo così lontano e così vicino, indiscreto e silenzioso. Dietro a quegli occhi profondi c’è una donna che avvolge qualche mistero lontano. E così?”

Lucy: “Mistero? No, assolutamente no. Di solito sono molto cristallina, mi piace abbracciare le persone … mi “apro” verso gli altri. Per me un abbraccio è come mangiare un pezzo di cioccolato, mi dà più calore che baciare le persone. Fin da bambina mi piaceva abbracciare le persone, sento qualcosa di diverso, sento il calore umano”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che non dimenticherai mai?”

Lucy: “Ci sono due frasi di mia nonna che costudisco nella mia mente e nel mio cuore: La vita è dura ed è bene accettarla fin da subito. La povertà non è una vergogna, l’importante è conservare la dignità”.

Sandy: “Un proverbio italiano e uno capoverdiano?”

Lucy: “Proverbio italiano: Paese che vai usanze che trovi. E un proverbio capoverdiano: Se ti viene dato un consiglio e lo disprezzi, otterrai la maledizione di Caino come compenso”.

Sandy: “Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Lucy: “Sicuramente sì. Per me è stato un forte cambiamento, sono cresciuta qui. Mi è servito a migliorare economicamente e culturalmente, Italia è diventata la mia seconda patria. Mi piace l’inno nazionale e la cucina italiana”.

Sandy: “Piatto capoverdiano preferito? Italiano?”

Lucy: “Non ho un piatto unico capoverdiano preferito. Mi piace la Catchupa, il pesce cucinato in vari modi, Canja, fagioli verdi ecc. La cucina italiana? Per me è la Queen of the world, è ricca e variegata. In assoluto mi piace Pasta con olio, aglio e peperoncino”.

Sandy: “Musica capoverdiana?”

Lucy: “Morna e Coladera sono i miei generi musicali preferiti. I miei cantanti sono: Cesária Évora, Ildo Lobo, Bana e Luís Morais.”

Sandy: “Riguardo alla comunità capoverdiana a Genova?”

Lucy: “Innanzitutto a Genova ci manca un Consolato di Capo Verde, siamo in tanti, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti. Immagino persone come mia madre, anziane, il quanto può essere difficile e stressante sbrigare qualche pratica o semplicemente richiedere il passaporto. Sono costretti ad andare a Roma (il viaggio è lontano e costoso) oppure spedire dei documenti, per loro è molto più complicato. Riguardo alla comunità capoverdiana deve essere più civile e più aggregata nel bene e nel male perché a Capo Verde non siamo così, siamo persone splendide e unite”.

Sandy: “Cosa ti piace di Genova?”

Lucy: “Di Genova mi piace il connubio tra mare e monti. Insomma la Regione Liguria è splendida”.

Sandy: “In questo connubio perfetto della città, secondo te c’è qualche difetto?”

Lucy: “Un difetto? Secondo me la diffidenza dei Genovesi, questo blocca la città e le persone”.

Sandy: “Cosa pensi del razzismo? Mai subito episodi di razzismo? Se sì, raccontaci un episodio”.

Lucy: “Essendo nata in una nazione multiculturale, non ho conosciuto il razzismo lì. Qui invece mi sono capitati episodi di razzismo, ma grazie a Dio sono andata sempre avanti e non mi sono persa in questo vortice negativo. Penso che il razzismo sia ignoranza pura, quando una persona si mette a discutere con persone ignoranti rischia di scendere ai loro livelli, è solo una grande perdita di tempo e di energia”.

Sandy: “Com’è stato lavorare in questi giorni di emergenza?”

Lucy: “Per ora preferisco non parlare, è tutta una situazione abbastanza stressante e delicata. Però sono disponibile, più avanti, per un’intervista per raccontare la mia esperienza e il mio lavoro in questi mesi dell’epidemia di Covid-19″.

Sandy: “Un consiglio al volo per tutti noi?”

Lucy: “Essere felice sempre e fare tesoro di ciò che abbiamo”.

Sandy: “Dove ti vedi fra dieci anni?”

Lucy: “In pensione a Capo Verde a godermi la mia vita in perfetto stile relax, come si dice giù: NO STRESS!”

Sandy: “Lucy ti ringrazio per l’intervista e ti auguro il meglio”.

Lucy: “Grazie a te”.

Africa, sei la mia pioggia 🌧️🌧️🌧️☔☔☔

(Lettera dedicata a mamma Africa)

Il 25 maggio è la giornata dell’Africa e così ho dedicato questa lettera:

Mae, ti scrivo questa lettera per chiederti perdono; vorrei scusarmi per quest’allontanamento. Sai, non ti ho mai dimenticata, ho avuto tanto da fare qui. La vita qui non è facile!

Sono andata via dalle tue braccia contro la mia volontà, ero piccola… sto crescendo, sapevi? Sto diventando donna come te. Ogni giorno ti assomiglio sempre di più. Ho scoperto che ho il tuo sorriso, la mia risata è come il rumore delle tue acque; i miei capelli sono ondulati come le onde che ti cullano, di colore rosso-marrone come la tua terra e come il sangue che ogni giorno viene versato su di essa.; la mia pelle è dorata come il sole che sbatte sulle tue rocce.

Il mio sguardo è come il tuo, malinconico, aspetta sempre qualcosa di buono, un cambiamento; a volte sento quella nostalgia di cui mi parlavi sempre da piccola, ti ricordi? Mamma è pesante la nostalgia. Ogni giorno aumenta, sembra che abbia un nodo nello stomaco. Come faccio a togliermi questo nodo? Sei riuscita a scacciarla via? Io non ci riesco, mi tormenta e mi segue.

Ho imparato a camminare come una donna, passi corti e in silenzio. Quando cammino riesco a sentire i miei passi che toccano la terra. La terra qui è fredda, non è come la tua… calda! Mi manca il tuo calore, la tua umanità. Quanto mi manchi? Vorrei tornare, ma non posso… perdonami!

Ho ricevuto, una settimana fa, foto delle tue case. Che splendide!

Hai costruito 53 “case” per tutti noi… sono belle e uniche! Vorrei andare, ogni giorno per 53 giorni, a vivere in ognuna di queste case, posso? In mezzo a queste case passano i deserti, i fiumi, tantissimi animali, cascate, etc. Complimenti hai buon gusto! Ho visto anche la mia casa, è piccolina, piccolina e tenera. Grazie!

Ieri, quando sei venuta a trovarmi nel sogno e, dopo che te ne sei andata, ho iniziato a pensare:

Tutti ti chiamano “Mamma Africa” o “La culla dell’umanità”, eppure nessuno ti ama. Tutti ti vogliono e nessuno ti rispetta.

Oh, tu sole della terra, cosa hai mai fatto per meritare questo dolore? I tuoi figli, i tuoi semi scappano da te… perché rimani immobile nel vederli partire? Non ti mancano? Mamma stai dormendo? Oppure ci stai castigando?”

Pronuncio il tuo nome mille volte, hai un bellissimo nome! Chi ti ha dato questo nome? Oh, quante teorie sul significato del tuo nome e tuttora nessuno ti ha mai capita!!!

Sapevi che sei bella? Qualcuno te l’ha mai detto? Quando penso a te, i miei occhi si riempiono di lacrime dolci, quando mi chiami sento un tormento dentro e la morte mi si avvicina lentamente. Lasciami andare, non chiamarmi… mi vergogno di essere tua figlia! Cosa ho mai fatto per te? Non ti ho mai fatto un regalo!

Sai, so che vieni a trovarmi sempre nei sogni. Il tuo arrivo è come la pioggia, una goccia dopo l’altra e poi tutte insieme. Una goccia è un suono, due gocce formano un altro suono e così via. Africa sei la mia pioggia e il suono della mia vita! Quando inizio ad immaginare di essere vicino a te, come per magia inizio a sentire quella sensazione di euforia, di estasi, di gioia…. oh, come vorrei urlare! Come vorrei correre tra le tue foreste o savane!!!

I tuoi figli qui non parlano, sono diventati muti, ciechi e sordi. Combattono tra loro, sapevi? I tuoi figli hanno imparato a mentire, non conoscono più la verità e hanno perso il tuo odore. Come mai ti stanno lasciando? Cosa sta accadendo, mamma?

A volte quando sono sull’autobus li vedo zitti e in silenzio; camminano con la testa bassa. Sono tristi e non capisco dove vogliono andare o arrivare. Però c’è sempre qualcuno che urla tanto, tanto, tanto. Non ci avevi insegnato il rispetto verso gli altri? Devo dire che spesso vengono maltratti e subiscono tanti insulti. Alcuni rispondono e altri no. È triste vedere un mio fratello essere insultato e non poter far niente! Cosa devo dire? Non mi escono le parole lì per lì, la tristezza è così tanta che non riesco a dire niente.

Ieri ho aperto il giornale e ho scoperto che ci danno la colpa per l’enorme crisi che c’è da queste parti. Da noi c’è la crisi? Cos’è la crisi? Mamma tu sei ricca, vero? Hai diamanti, rame, sale, petrolio, gas, oro, tantissime pietre preziose, delle terre fertili, etc. Come mai dai miei calcoli risulta che siamo poveri? Con tutto quello che hai, potevi aiutarci tutti. Anche se mi è giunta voce che hai firmato un contratto con Satana. Egli manda sempre i suoi figli vestiti da pecore a lavorare da te, fai attenzione. Quando arrivano prendono tutto… rischi di rimanere senza niente.

Scusa mamma, ma dovevo dirti queste cose. Se è vero perché l’hai fatto? E i tuoi figli? Non ci pensi a noi?

I tuoi figli del nord hanno iniziato le rivolte… non so se è un bene o un male! Ci sono le iene da questi parti che aspettano per mangiare. Tu, che ne pensi? Mi auguro che saranno in grado di costruire il loro futuro. Quelli che sono qui sono considerati come un pericolo, una bomba pronta ad esplodere.

I tuoi figli del centro… poveri, mamma! Sono due o tre che stanno bene, altri soffrono tantissimo. Alcuni non hanno acqua da bere là, mamma! Perché? Altri vengono massacrati spesso per una politica di corruzione. So che ci sono delle persone che li aiutano, ma ne servono altre. Nel resto del mondo, la gente del centro è diventata famosa; escono sempre sui giornali, in televisione, telegiornali, etc., ritratti come poverini senza cibo o come gente che non fa parte del mondo.

Quelli del sud, sono come quelli del centro.

Non importa dove siamo nati… apparteniamo tutti a te…Mamma Africa!


 Sandra Andrade

Caterina Campodonico “Cattainin”

A forza di vendere “reste” e canestrelli all’Acquasanta, al Garbo, a San Cipriano con vento e sole, con acqua e catinelle, per assicurare un pane alla mia vecchiaia, fra i pochi soldi, mettevo da parte quelli per tramandarmi al tempo più lontano mentre son viva, e vera genovese di Portoria: Caterina Campodonico, la paesana, 1881. Da questa memoria, se vi piace, voi che passate, pregatemi pace.”.

Caterina Campodonico, conosciuta come “La Venditrice di Canestrelli o di Nocciole”, è una delle figure più note nel Cimitero Monumentale di Staglieno di Genova.

Nacque nel 1804 nel quartiere di Portoria (zona centrale di Genova), era una donna semplice e venditrice di dolci (collane di reste/nocciole e canestrelli). Vendeva i suoi dolci nelle varie fiere e mercati del Basso Piemonte e della Liguria.

Si sposò giovanissima con Giovanni Carpi, alcoolizzato e uno sfaticato. Caterina era una donna decisa e coraggiosa per i suoi tempi e a causa delle costanti “bevute” del marito fu costretta poi nel tempo a chiedere il divorzio, pagò un risarcimento al marito di 3000 franchi come buonuscita.

Non era ben vista dalla sua famiglia, una donna troppo indipendente. Le sorelle erano tutte sposate e con figli; lei invece era una donna che andava in giro da sola e il suo lavoro le faceva stare in stretto contatto con gli uomini.

Nel 1880 fu colpita da una grave malattia, mentre era a letto i suoi famigliari litigavano per l’eredità. Assistendo a quelle scene di litigio, dopo la sua guarigione decise di andare dallo scultore Lorenzo Orengo per commissionargli un suo monumento funebre.

Investì tutto il suo denaro nella realizzazione del suo monumento e lasciò i parenti senza eredità. La statua ritrae Caterina con le reste ed i canestrelli, la camicetta di pizzo, il grembiule, lo scialle con le frange, i gioielli e con la sottana in broccato. Fece scrivere il suo necrologico dal poeta genovese, Giovan Battista Vigo (1844-1891).

Finito il monumento nel 1881, venne posto nel Porticato Inferiore 13 e la stampa all’epoca ne parlò.

Il 7 luglio del 1882 Caterina (Cattainin) lasciò questo mondo. Il suo funerale fu celebrato nella chiesa di Santo Stefano e fu sepolta lì… al Cimitero Monumentale di Genova.

Curiosità: “Si dice che alcune donne abbiano vinto un terno al lotto (gioco che si reputa nato a Genova) con i suoi numeri della sua dipartita.”.  Rita Nello Marchetti

Nella chiesa di Santo Stefano, Cristoforo Colombo è stato battezzato e forse anche il giovane Balilla.

Bibliografia:

Itinerari a Staglieno, A cura del Comune di Genova

Cimitero Monumentale di Staglieno, Arte sotto il Cielo, a cura del Comune di Genova, Servizi Civici

Caterina e l’Angelo, il volto popolare e l’anima nobile del Cimitero di Staglieno, Rita Nello Marchetti

Intervista a Fatinha Lopes

Fatinha Lopes

Fatima Lopes, più conosciuta nella nostra comunità come Fatinha. Nasce a Capo Verde, nell’isola di Sal, il 23 agosto del 1968. Nel 1988 arriva a Roma per ricongiungere la madre e le due sorelle minori, nella speranza di trovare una vita migliore lascia i suoi cari e il suo paese. Per sette anni visse a Roma, dopo un viaggio a Genova s’innamora della città e si trasferisce.

Fatinha è una donna allegra, simpatica, di carattere aperto e di spirito libero. Ama condividere le sue emozioni e stare con gli altri. Non si annoia mai in sua compagnia, ed è sempre pronta per una nuova avventura. È madre di due figlie e nonna. Ogni giorno lotta, lavorando giorni e notti , sempre con il sorriso sulle labbra. Non ha mai smesso di sognare e la voglia di vivere è tanta.

Sandy “Ciao, Fatinha! Benvenuta a Tè con Sandy e Mea. Sei arrivata in Italia nel 1988, qual è stata la tua prima impressione?”

Fatinha: “Il mio arrivo è stato bello, forse perché ero presa dall’entusiasmo di rivedere mia madre e le mie sorelle, una città nuova, tutto mi è sembrato così meraviglioso. Dopo un mese, tragedia! Volevo tornare a Capo Verde, mi mancava tantissimo mia figlia (un dolore che non auguro a nessuna madre), mio padre, miei amici… insomma la mia vita di prima. Mi sembrava di vivere in una prigione”.

Sandy: “Dopo un po’ di tempo a Roma, ti sei trasferita a Genova. È stato un grosso cambiamento? Hai avuto difficoltà nell’inserirsi nella società genovese?”

Fatinha: “No, non ho avuto delle difficoltà. Avendo già una sorella e dei conoscenti il mio inserimento è stato facile. Poi Genova, forse, è una città apparentemente più accogliente e più tranquilla rispetto a Roma”.

Sandy: “Figli? Hai già detto in precedenza che avevi una figlia a Capo Verde, sei riuscita a farla venire qui?”

Fatinha: “Ne ho due figlie! Sì, prima di venire in Italia avevo già una figlia, purtroppo è rimasta a Sal. È stata la decisione più difficile della mia vita. Comunque, sono riuscita a farla venire dopo qualche anno”.

Sandy: “La seconda figlia è nata qui! Com’è il rapporto con la cultura capoverdiana?”

Fatinha: “Direi molto bene, ho sempre cercato di farla conoscere la mia cultura. L’ho portata anche a Capo Verde per conoscere le sue radici. E’ nata in Italia, figlia di padre italiano ma è anche capoverdiana, italo-capoverdiana”.

Sandy: “Un tuo pregio? Un tuo difetto?”

Fatinha: “Pregio non saprei, ma un difetto sì… un po’ permalosa”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che non dimenticherai mai?”

Fatinha: “Porca pari porquinhe”. (La scrofa partorì un lattonzolo)

(RISATE)

Sandy: “Questa citazione capoverdiana mi ha sempre fatto ridere moltissimo. Mi ricordo che si usava spesso, eppure non ha una connotazione vulgare, ma sì per “dimostrate” la realtà, cioè che è un dato di fatto. Giusto? Un proverbio capoverdiano che usi sempre?”

Fatinha: “Sì, confermo che è così. Un proverbio? Cred na mistere (Credo nel mistero)”.

(RISATE)

Sandy: “Se non fossi venuta in Italia, cosa pensi che avresti fatto a Capo Verde?”

Fatinha: “Sicuramente avrei trovato un lavoro in qualche albergo lì, come tanti altri miei amici. Alcuni hanno fatto carriera, altri no. Però vivono bene e sereni”.

Sandy: “Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Fatinha: “Sì. Ho avuto una figlia qui e nel frattempo poi è arrivata la mia figlia più grande. Ed ora ho un bellissimo nipote”.

Sandy: “Lavoro?”

Fatinha: “Per le donne immigrate, soprattutto ai miei tempi le possibilità di “crescere” nell’ambito lavorativo erano poche. L’unico lavoro disponibile per noi era quello di fare la colf. Non è stato facile adattarsi al ritmo di qui e nei primi anni uscivi solo due giorni alla settimana. Abitavi con le famiglie e la tua giornata fino alla cena era tutta dedicata a loro”.

Sandy: “Ora le cose vanno meglio? O sono peggiorate?”

Fatinha: “Vanno meglio, c’è una prospettiva diversa rispetto a venti anni fa. Però c’è poco lavoro per tutti”.

Sandy: “Il tuo lavoro ti ha resa felice?”

Fatinha: “Il mio lavoro non mi ha resa felice, ho dovuto solo adeguarmi per vivere”.

Sandy: “In che cosa credi?”

Fatinha: “Credo in tutto quello che mi fa stare bene”.

Sandy: “Piatto capoverdiano? Piatto italiano?”

Fatinha: “Sicuramente la Catchupa com pé de Porco (Catchupa com piede di maiale). Invece piatto italiano, la pasta in qualsiasi modo viene fatta, corta o lunga, con sugo o con pesto ecc.”.

Sandy: “Canzone capoverdiana preferita? Italiana?”

Fatinha: “Non ne una preferita sia capoverdiana e sia italiana. Se mi piace ok, sennò amen”.

Sandy: “Bene! Invece cosa ti piace della tua città?”

Fatinha: “Intendi Genova?”

Sandy: “Sì!”

Fatinha: “Sì, certo che mi piace! Non mi piace il carattere dei genovesi, sono molto chiusi”.

Sandy: “Cosa pensi del razzismo? Mai subito episodi di razzismo? Se sì, raccontaci un episodio”.

Fatinha: “Per me il razzismo non esiste, non so cosa sia. No!”

Sandy: “Quando dici “razzismo non esiste” cosa intendi? Secondo molti il razzismo esiste e che oggi lo vediamo e viviamo costantemente”.

Fatinha: “Perché per me non è razzismo, ma sì ignoranza”.

Sandy: “Cosa puoi “offrire” all’Italia come persona?”

Fatinha: “Posso offrire il mio rispetto per questo paese. Ormai sono trentun anni che vivi qui ed è diventata la mia casa”.

Sandy: “Come ti vedi fra dieci anni? Dove ti vedi tra dieci anni?”

Fatinha: “Forse avrò qualche capello bianco in più, ancora non ne ho (risate), chi lo sa? Spero di viaggiare”.

Sandy: “Grazie mille per la tua disponibilità”.

Fatinha: “Prego, alla prossima”.

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