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Frammenti di una Capoverdiana

Viaggi e Racconti

Il mio intervento di tonsillectomia

Ho deciso di scrivere questa mia esperienza perché se ne parla poco, cioè, facendo qualche ricerca su internet è possibile trovare più informazioni riguardanti agli interventi di tonsillectomia fatto ai bambini che agli adulti. Ho trentacinque anni e questa è la mia esperienza:

Dopo due anni di esami medici in cui i globuli bianchi erano sempre sballati, di cambio ospedali perché non mi sono trovata bene con il primo otorino, di grandi russamenti notturni rischio di andare in apnea, della presenza e dell’aumento di linfonodi alla gola, di tonsilliti acute ricorrenti, di molte incertezze e di paure… sono riuscita finalmente a convincere me stessa a fare l’intervento di tonsillectomia.

Sul consiglio del mio dottore della mutua ho prenotato tramite l’ASL la visita otorinolaringoiatra all’Ospedale Galliera di Genova, ovviamente erano da togliere le tonsille.  Ormai stavamo arrivando all’estate e quindi dovevo aspettare il freddo per essere operata.

Sono stata chiamata per fare le solite analisi preoperatorie e così il 18 ottobre 2019 mi sono presentata presso l’Ente Ospedaliere. L’anestesista mi ha fatto alcune domande e me ne ha parlato in parte come sarebbe stato eseguito l’intervento.  Alla fine l’anestesista aggiungesse: “ E’ probabile che lei sveglierà dopo l’anestesia con un sondino nel naso, glielo dico così non si spaventa al suo risveglio”. Dopo questa bellissima frase d’incoraggiamento mi consegnò un modulo da leggere e da firmare a casa. Ho iniziato ad avere più paura, pensavo a questo sondino costantemente nei giorni successivi.  Questo modulo  doveva essere consegnato il giorno dell’intervento e  vi erano scritto le procedure e cosa fare prima dell’intervento.

Paura dell’anestesia? Sì, tanta! Pensavo di non svegliarmi più o di entrare in coma. Eppure in passato ne avevo già subiti tre interventi, ma questo notevolmente mi spaventava di più.

L’ospedale mi chiamò per l’intervento il 17 dicembre ma rifiutai, stava arrivando il Natale e non volevo sconvolgere la mia famiglia e sinceramente volevo mangiare e bere. Così è stato rimandato a gennaio. Dovevo fare l’intervento il prima possibile, se ho capito bene gli esami preoperatori, hanno una validità di tre mesi. Così è stato fissato il 7 gennaio, alle ore 14 presso l’Ospedale Galliera al Day Surgery 1B3.

Il giorno dell’intervento, mi sono alzata presto alle 6.30, ho preso un caffè e ho fumato una sigaretta per rilassarmi. Devo dire che la paura era tanta, soprattutto dopo i tanti racconti sentiti a riguardo di farsi asportare le tonsille da adulti.

Una mia conoscente: “ Un mio vicino  è stato operato di tonsille all’età di 50 anni, non si è più ripreso. Non che capiterà la stessa cosa a te, ma è veramente doloroso e rischioso.”

Una mia amica: “ Conosco una ragazza, i giorni dopo l’intervento sono stati i peggiori.”

Un conoscente: “Il giorno dopo l’intervento, ho avuto un’emorragia…ho sofferto tantissimo.”

Arrivata all’Ospedale, sono stata ricevuta da un’infermiera, credo che fosse il caposala. Ho consegnato il modulo firmato, mi ha fatto delle domande e mi ha spiegato le procedure del Day Surgery. Alla fine mi ha consegnato un braccialetto identificativo, la capa e mi ha accompagnato in una camera, anzi al Box uno e il mio letto era il tre. Nel box con me c’erano una ragazza e una signora, più i nostri parenti.

Ho aspettato fino alle 17.30, avevo fame e tanta sete. Ero a digiuno in pratica della sera prima.

E’ venuta un’infermiera a prendermi…ormai non potevo più scappare, era arrivato il momento. Abbiamo percorso un corridoio lungo e poi siamo scesi giù in ascensore. Arrivati, prima di entrare in questo luogo misterioso ed enorme, mi ha fatto salire su un letto, ho tolto le ciabatte e il cappotto e poi mi ha “consegnata” a un altro infermiere che mi accompagnò in una stanza dove c’erano altri infermieri. E così pian piano hanno iniziato a prepararmi, nel frattempo continuavano a uscire persone delle varie sale operatorie.  Dopo sono stata trasferita nella sala operatoria c’erano già il Dottor Moratti, un altro dottore, tre infermieri e l’anestesista.  L’anestesista mi dice: “ Ora le do una roba buona”… mi sono messa a ridere, ho guardato verso il muro, dove c’era un orologio appeso … mancava cinque minuti alle 18… e poi buio totale.

Sono tornata in camera per le 19.30 …. un dolore soffocante!!! Dovevo aspettare cinque ore per mangiare e bere, comunque non avevo nessuna voglia, ormai era sera e quindi il giorno dopo potevo mangiare. Mia madre aveva portato il gelato e l’aveva lasciato nel freezer del reparto.

Dopo l’intervento:

Giorno uno: La notte è stata dura, non ho dormito per via del dolore. Verso le 6 del mattino, mi sono alzata dal letto da sola pian piano sono andata in bagno. Ho provato a mangiare ma non riuscivo proprio. Usciva tanta saliva insieme a catarro e sangue. Ed io che credevo di riuscire a mangiare il gelato. Tutti che mi dicevano: “ Mangerai tanto gelato”…. Niente di niente. Sono stata dimessa la mattina stessa. E’ venuto il dottor Moratti, mi ha controllato, consegnato un foglio con le istruzioni per i pazienti operati di tonsillectomia e l’antibiotico da prendere almeno per cinque giorni. Poi mi ha fissato l’appuntamento per lunedì 13, al padiglione otorinolaringoiatria sempre all’Ospedale Galliera e mi ha consegnato la lettera di dimissione. A casa non ho mangiato né bevuto. Non riuscivo neanche a prendere gli antibiotici, così il mio compagno è andato a comprarmi supposte di tachipirina.

Istruzioni per i pazienti operati di tonsillectomia (ho trascritto dal foglio solo alcuni punti che ho ritenuto più importanti):  

  • Evitare sforzi fisici;
  • Evitare bagni caldi, docce caldi e l’uso dell’asciugacapelli fino al controllo;
  • Sciacquare le bocca 4-5 volte al giorno e lavare i denti delicatamente e senza fare gargarismi;
  • Evitare le bevande gassate, la frutta e i succhi di frutta;
  • Nei primi giorni non forzare assolutamente l’alimentazione;
  • La comparsa di macchie di sangue fresco nella saliva è normale nel 1° giorno e verso il 7°-10°;
  • Alito cattivo per la presenza di fibrina in gola (la patina biancastra che ricopre la ferita);
  • Dolore all’orecchio specie nella deglutizione.

Giorni due e tre: Ancora dolori, non sono riuscita a mangiare né a bere. Con quest’intervento rischi la disidratazione, infatti, non riesci a deglutire. Neanche il gelato andava giù, ho provato ma soltanto dolore. Non riuscivo a parlare, facevo molta fatica e la saliva continuava a uscire. Se cercavo di fare qualunque cosa in più, tornava il dolore. Riposo assoluto.

Giorni quattro e cinque: Un po’ di miglioramento, ho iniziato a bere un po’ di tè freddo e a mangiare il gelato. Sempre tanta saliva. Dolore alle orecchie (è normale).

Giorno sei:  Sono andata a fare la visita di controllo. Il dottore mi ha visitato e mi ha detto che procedeva tutto bene. Mi ha raccomandato di non fare sforzi, perché iniziava la cosiddetta “ settimana della discesa”, quella più delicata.  Mi ha detto della patina biancastra, di non toccare assolutamente e di lasciarla “cadere” da sola. Sono riuscita a mangiare un po’ di vellutata di zucca finalmente, non calda…un po’ tiepidina. Tornata a casa, avevo un po’ di freddo e la temperatura un po’ alta 37.6.

Giorno sette:  Al mattino un po’ di perdita di sangue… e i dolori erano tornati. La sera, sono riuscita a mangiare un po’ di vellutata. L’acqua per me? E’ stato veramente difficile da mandare giù in questi giorni.

Giorno otto: Sempre tanta salivazione, ho fatto fatica a dormire di notte.  Sembravo un lama, un continuo sputare. Ho lavato i denti pian piano e ho fatto dei piccoli risciacqui ma l’alito pesante e cattivo erano sempre costanti. Ho bevuto il tè freddo e il latte il mattino. Ho mangiato semolino e carne tritata di sera.

Giorno nove: ho mangiato zucchini bolliti e carne tritata a pranzo.  Verso la sera non mi sentivo tanto bene, mi è venuta un po’ di tosse. Ho faticato a prendere sonno.

Giorno dieci: Mi sono svegliata con dolori alla gola, perdita di sangue nella saliva e non riuscivo a deglutire niente. Sono andata all’ospedale di nuovo a fare la visita di controllo, il dottore ha detto che procedeva tutto bene, la ferita stava guarendo.

Gli ho fatto alcune domande… non ho mangiato niente per tutto il giorno, di sera sono riuscita a mangiare un po’ di gelato. Se provo a mangiare qualcosa, mi viene male all’orecchio destro e alla gola.

Le mie domande al dottore:                                                                                              

  • Quando posso iniziare a lavare i capelli? R: E’ meglio aspettare ancora un po’, però può provare con l’acqua tiepida e assolutamente non calda.
  • E’ normale avere tanto catarro insieme alla saliva? R: sì, è normale.
  • La patina biancastra cade da sola? R: sì, non deve toccare.
  • Quando finisce questa salivazione? R: Quando sarà guarita, per ora è normale.
  • Posso prendere una caramella per togliermi il gusto aspro e cattivo che ho in bocca? R: No.

Giorno undici: Dolori ancora, non riuscivo a mangiare né a bere. Sembrava che la patina biancastra dalla parte destra della gola stava staccando. Faceva troppo male. Mattino ho avuto un po’ di perdita di sangue. Parlavo poco. Nonostante non riuscivo a mangiare ho fatto la doccia e lavato i capelli, non con l’acqua troppo calda. Meno saliva in bocca.

Giorno dodici: Ho dormito meglio finalmente! Non sono riuscita a mangiare nient’altro che non fosse gelato. Ho provato a mangiare un budino al gusto banana e mi ha bruciato tanto che è uscito anche del sangue.  Ho bevuto il latte per tutto il giorno, qualche volta ho provato anche l’acqua.  La sera, ho provato e sono riuscita a mangiare ricotta e pollo (fatto nella piastra senza alcun condimento). Ho ancora un po’ di saliva.

Giorno tredici: Ho dormito bene, come la notte precedente. Mattino non riuscivo a mangiare niente. Però pomeriggio ho mangiato di nuovo ricotta e carne tritata. La sera ricotta di nuovo. Sempre la salivazione.

Inizialmente ero contenta del fatto di dimagrire, ma sinceramente col procedere del tempo pensavo solo al cibo. Volevo mangiare normalmente, prendere una bottiglia d’acqua e berla tutta di un colpo solo. Momenti drammatici dove “sognavo”  l’acqua ad occhi aperti… qualche momento di pianto ho fatto!!! E’ decisamente un intervento fastidioso negli adulti, la guarigione è lunga e ti senti in una prigione. Per riuscire a mangiare nei giorni precedenti, bevevo un bicchiere di latte, prendevo gli antibiotici (Codamol, Bentelan e Ugurol), aspettavo una mezz’oretta e poi mangiavo. Tutti gli antibiotici, gli scioglievo nell’acqua …non sono riuscita a prenderli normalmente, perché erano compresse.

Gli odori sgradevoli:

  • Fumo di sigarette, sigaro;
  • La polvere;
  • Detersivo, detergenti;
  • Odore di smog (quando andando a fare le visite di controllo, appena mettevo il piede fuori dal portone del palazzo mi sembrava di morire. Non riuscivo a respirare!);
  • Odore di chiuso…

Vi sconsiglio di mangiare: cioccolato, yogurt, omogeneizzati di frutta. Per dimenticanza ho mangiato lo yogurt, mi ha provocato dolore e uscita di sangue.

Lavori Natalizi

Renna con Chupa Chups. È un lavoro che richiede un po’ di tempo, però ne è valsa la pena. Decorazioni tavoli natalizi.

#raccontifreeyourmind

Buongiorno Genova! Stamani mi sto dirigendo verso la Posta, ci sono un gruppo di persone fuori che aspettano l’apertura. Passo fra loro e vado verso lo sportello PostMat Atm, visto che non dovevo entrare. Un vecchio inizia : “Ah pensavo che volesse passarmi davanti, questi NEGRI non sono educati.” E così è iniziata la mia giornata e fine della storia…

Hotel Sodad- Un racconto Creolo

#raccontigetthebus


Comunque i genovesi sono felicissimi di viaggiare gratis sugli autobus 😜😂😂😂😂. Mai visto tanta gente sorridente e gioiosa 😂. Però lunedì dobbiamo ricordarci di timbrare, ci saranno a valanghe i controllori 😂😅😅😅
La gente prima di salire chiede urlando : “È ancora gratis il bus?”.
In coro rispondiamo : “Siiiiiii”. E via tutti sui bus 😂

Questa poesia è dedicata a tutti noi giovani…

Is that you raise your heads
Your opinions are important
Do you hear me?

My lessons to you my sons and daughters

You are our defence.
You are our tongues.
You are our eyes!

You are the shoulders of this country
Here and in the outside world

Do you hear me?

Don’t take for granted or neglect
Your minds,  your country and your nation
Do you understand me, my girls?
Raise your heads high and don’t be scared
And don’t be greedy

Al khadra, poet of desert

#raccontigetthebus

Viaggio tra i miei pensieri.
Guardo il traffico scorrere lentamente e
la pioggia cadere sull’asfalto
Vedo gente con gli ombrelli per la strada.
L’ora passa e son del gatto!
L’affollamento è previsto sugli autobus,
ma nessuno sa che il servizio è gratuito.
Continuano a timbrare il biglietto,
guardo e non dico niente tra la la la…
timbra il biglietto dai dai dai.
Poi l’autobus si è rotto… tocca scendere e prendere un altro tra la la la, tra la la la

Isola di Brava (l’isola dei fiori)

Parte 3

Aspetti tradizionali

La tradizione orale è stata sempre quella più usata a Capo Verde per diffondere il patrimonio letterario, storico, pensieri e insegnamenti.  Uno degli aspetti più importanti del folclore bravense sono le storie tradizionali di Nho Lobo e Chibinho (da piccola, mia nonna mi raccontava sempre le loro storie).  Chibinho con la sua maestria e saggezza vinceva sempre contro il goloso e bugiardo Nho lobo.

Il matrimonio: una volta il matrimonio a Brava era un avvenimento molto importante e rispettava tutti gli aspetti tradizionali. Tutto cominciava con la richiesta di fidanzamento, l’interessato ad esempio mandava dei fiori o una collana di conchiglie alla ragazza. Se accettava il regalo, era un sì, sennò era un no. Spesso si usava anche di tirare un sassolino alla ragazza per strada se lei, lo raccoglieva, era un segnale positivo. Quando il segnale era un fiore, lei sfilava per le strade con il fiore in mano annusandolo di tanto in tanto per fare capire al ragazzo che era interessata.

Dopo un periodo di fidanzamento nel rispetto della ragazza, tramite una persona di fiducia si andava a parlare con i genitori della ragazza. Generalmente i genitori accettavano la proposta di matrimonio dopo numerose domande e garanzie. E per celebrare l’evento, cioè, l’accettazione del matrimonio si beveva tutti insieme una bottiglia di aguardiente (Grogue) di Ferreiro. Dopo i numerosi preparativi, il matrimonio avveniva con i rituali tradizionali, il valzer, la mazurca con cui il violino e la chitarra a dieci corde rimasero gli strumenti musicali più usati nei matrimoni.

“ As Bombenas”: canzoni di lavoro tradizionali che erano cantate nella stagione di pioggia, nella speranza che piovesse tanto e in modo moderato per avere un buon raccolto. Le “Bombenas” sono un prodotto di creazione individuale e collettiva. C’era la figura delle “mondadeiras” che partecipavano con commentari ed esclamazioni e, del “bombador” che rispondeva alle “mondadeiras”.

Il famoso “Djedji Porteru”: con le poche risorse economiche, il capoverdiano ha dovuto da sempre appoggiarsi alla medicina tradizionale. L’uso delle piante curative, preghiere erano molto frequenti nei paesini o nei villaggi. Una delle figure più conosciute a Brava è Djedji Porteru, era un guaritore diventato famoso per il modo come curava le persone e per il suo spirito sempre felice.

La festa dei Re e l’Anno Nuovo

La festa dei Re e dell’Anno nuovo nell’isola di Brava fu celebrata diversamente dal resto delle isole. Una volta esistevano vari gruppi che si sfidavano tra di loro. Vinceva chi aveva presentato la miglior canzone.  Nelle feste suonavano il violino con accompagnamento acustico, i cavalieri e le dame usavano costumi tradizionali e ballavano al ritmo della canzone dei Re. Il gruppo “ Triunfador” conservò per lungo tempo una parte importante della tradizione dell’isola.

La commemorazione dei Re cominciava alle otto con la concentrazione dei membri di ogni gruppo per la sfilata.  Il corteo sfilava per tutta la città, finito il giro, si riunivano tutti in una sala per la cerimonia e per tutta la notte ballano sfidandosi avvicenda. All’alba uscivano tutti per le strade e bussando alle porte della casa cantando la canzone di “buone feste”.

La culla del protestantesimo

L’isola di Brava è la culla del protestantesimo in Capo verde. Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti molti bravense emigrarono per gli Stati Uniti con la caccia delle balene, ma la nostalgia della terra madre fece sì che molti tornassero all’isola.  Alcuni ritornarono anche nella vecchiaia con i soldi messi da parte per vivere gli ultimi giorni della vita.

Quando le navi ritornavano a Capo Verde, non portavano solo passeggeri ma anche buon legno “pitch-pine”, generi alimentari e mobili per le case.

Molti diventarono protestanti, il reverendo Francisco Xavier Ferreira scrisse un libro “ I primordi dell’Evangelico a Capo Verde” e così molti non portarono solo mobili, soldi, generi alimentari ma sì: L’Evangelo di Cristo. Così arrivò il Protestantesimo a Capo Verde e si diffuse per tutta l’isola grazie ai primi credenti più conosciuti arrivati dagli Stati Uniti: Joao Joaquin di Cova Rodela, Severino Lomba di Travessa e Manuel de Sousa Caneca di Monte.

Inizialmente i nuovi “simpatizzanti” offrirono le loro case per il culto e si vedevano di nascosto, dovuto alla presenza della Chiesa Cattolica, molti di loro non erano visti bene…erano considerati “figli del demonio”.  Alcuni di loro finirono anche in prigione, ad esempio, Severino Lomba, José Balla e Joao Rufino Lomba con l’accusa di “ abuso della manifestazione del pensiero”. Beneficiarono comunque dall’amnistia della Regina Vittoria d’Inghilterra del Bollettino 3 Gennaio del 1901.

Nel 1909 sotto il comando del Reverendo è costruita la prima Chiesa del Nazareno a Nova Sintra. Con la proclamazione della Repubblica portoghese il 5 ottobre del 1910, il protestantesimo inizia a diffondersi per tutte le isole di Capo Verde.

Sao Joao (San Giovanni Battista)

La festa di San Giovanni Battista si celebra ogni 24 giugno in tutte le isole di Capo Verde. Il patrono di Nova Sintra è proprio il santo, così ogni anno tutti gli abitanti dell’isola vanno in città per venerare il santo, pagare le promesse e festeggiare.

I veri preparativi iniziano quattro/tre giorni prima con le donne che preparano il mais che poi sarà usato per lo Xerém con il “Pilao o Pilon” (una specie di pestello). Sono cantate canzoni al ritmo del suono del “Pilon” e la gente si raduna intorno cantando e ballando. Una volta esistevano le cosiddette “colexas”, erano donne che usavano dei bastoncini per dare il comando alle altre donne che pestavano il mais nel “pilon”.


( donne usando il “pilon” per la preparazione dello Xerém. /Foto preso dal sito: pordentrodalinguaportuguesa.com)

Esiste la figura del “festeiro”, cioè il festaiolo, il responsabile per l’organizzazione e per le spese economiche della festa. Il “pilon” è usato o nel cortile della sua casa oppure in un luogo in anticipo scelto da lui. E’ anche il responsabile per la bandiera.

Le navi sono costruite su piccola scala, con una grande apertura al centro che consente a un uomo di entrarvi e tenere la nave con due mani usando cinghie poste strategicamente in modo che sia alto fino alla vita. Quest’uomo è considerato il navigatore e gestisce la nave in linea con i fischi e i tamburi, come se fosse in mare, sotto la guida del comandante o del capitano vestito come se fosse un ufficiale di marina. Lungo la passeggiata, gli uomini si alternano, perché la piccola nave non è leggera.

I tradizionali nastri

E’ il “festeiro” che incarica di addobbare il nastro di Cutelo Grande con pane, torte, cocco, frutta e bottiglie di bevande.

Sostanzialmente sono i presenti che la popolazione mette nel nastro. Quando arriva il momento della consegna del nastro, i tre guardiani tirano una corda che lo sostiene e quello che cade per terra è presa dalla gente.

La cerimonia inizia con il corteo per il centro della città con il “festeiro” cavalcando un cavallo con la bandiera, le navi con gli uomini dentro, uomini che suonano i tamburelli, donne e bambini che ballano e cantano. Il corteo prosegue fino alla chiesa del patrono per la messa.

Il luminare di San Giovanni Battista è un altro aspetto importante dell’isola. E’ fatta con legna e altri materiali combustibile e, secondo la tradizione ogni persona doveva “saltare” il luminare tre volte e poi fare un desiderio / una richiesta al santo.  Gli anziani predicevano le piogge con le ceneri del luminare, se erano umide, vuol dire che prossimo sarebbe un buon anno agricolo. Se invece le ceneri non erano umide, le prendevano e le buttavano nel vento e pregavano al santo. Le donne predicevano il futuro buttando un uovo dentro un bicchiere d’acqua, questo presentava forme diverse: barre, navi, chiese etc. Barre significava morte, navi segnale che la persona emigrava, e chiesa che, la persona si sposava.

La festa si finisce con il passaggio della bandiera. 

Secondo i dati statici dell’INE (Instituto Nacional de Estatisticas) di Capo Verde, oggi l’isola di Brava ha soltanto 5.579 abitanti, 50.9% donne e 49.1% uomini e la media della popolazione è di trentuno anni. Invece nel 1990 aveva 7000 abitanti.

Bibliografia:

Fragata, Revista de Bordo dos TACV- Cabo Verde Airlines- n° 9- setembro 1995

Ponto & Virgula, Rivista de Intercambio  Cultural n°9- Maio/Junho 1984

Migraçoes nas ilhas de Cabo Verde, Antonio Carreira

Instituto Nacional De Estatistica de Cabo verde (http://ine.cv/)

Isola di Brava (l’isola dei fiori)

Parte 2

Foto di Bravanews Network (www.brava.news/)

Da Marinai ad Agricoltori

I capoverdiani, bravense, emigrati nelle baleniere americane diventano agricoltori nelle piantagioni a Cap Cod e nelle varie piantagioni di cotone negli Stati Uniti. Con l’espansione dell’industria tessile nell’area di New Bedford, molti capoverdiani diventano anche impiegati nelle fabbriche, a causa del duro lavoro e delle condizioni di vita a bordo delle navi. Ci sono anche dei registri della fuga di capoverdiani dalle navi baleniere alle barche a vela della polizia costiera nei cabotaggi di Fall River nella caccia all’oro.

Con l’aumento dell’emigrazione capoverdiana verso gli Stati Uniti d’America, il governo di questo paese emana una legge nel 1917 proibendo l’entrata di analfabeti e persone di razza nera con più di sedici anni. Così i capoverdiani cercarono di entrare nel paese tramite matrimoni combinati ad esempio.

Uno dei grandi poeti capoverdiani è sicuramente Eugénio Tavares, nato il 18 ottobre del 1867 a Brava.

Eugénio Tavares

Tra il 1998 e il 2004 una serie di terremoti ha scosso l’isola Brava. L’ultimo sisma ha avuto una magnitudine di 4,3 sulla scala Richter.

Gli insediamenti principali sono:

  • Nova Sintra: la capitale dell’isola, una piccola città costruita su un altopiano con una struttura architettonica identica a quella della città portoghese Sintra. Intorno alle case ci sono tantissimi fiori ( ibisco, fiori cardinali etc.)
  • Cachaço
  • Campo Baixo
  • Cova Joana
  • Fajã de Agua: zona verde per eccellenza rimane vicino al campo di aviazione di Esparadinha, lungo il pendio, gli alberi si moltiplicano in un manto verde lussureggiante che rinfresca e accattiva gli occhi del visitatore, e più avanti si estende una baia che riceve le barche nei giorni di tempesta.  
  • Furna: un piccolo villaggio di pescatori e dove c’è il porto .
  • Lime Doce
  • Mato Grande
  • Nova Sintra do Monte
  • Santa Bárbara
  • Tantum
  • Fonte vinagre: questo luogo si chiama “ Fonte Vinagre” cioè  “Fontana/sorgente di Aceto”. Situata poco distante, da Nova Sintra c’è una sorgente che sgorga un’acqua così acida come l’aceto. Comunque si tratta di un’acqua minerale con effetti medicinali.
  • Fontainhas
  • Cova Rodela
  • Nossa Senhora do Monte: in questo paesino si trovano le donne tipiche di Brave, alte, robuste e forti, con lo scialle sulle spalle e trecce lunghe giù per la schiena.

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