Buon 2 giugno a tutti

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Come sappiamo il 2 giugno di ogni anno si celebra la nascita della Repubblica Italiana, data del referendum istituzionale del 1946.

Stamattina mi sono svegliata ed ero decisa a scrivere qualcosa di soft, carino, forse una poesia, forse una frase oppure un pensiero per comemorare questo giorno importante, ma poi il mio sguardo cadde in un libro particolare. Tac, qualcosa in me si è svegliato!

Negli ultimi anni stiamo vivendo momenti di grande confusione, di razzismo, di odio, di dolore, d’intolleranza, di menefreghismo collettivo e d’irresponsabilità nell’ammettere che ci sono i nuovi italiani (e questo sarà un grosso problema per l’Italia in un futuro prossimo).

Condivido con voi un piccolo “frammento” dei racconti di questi donne meravigliose, nate e cresciute in Italia, tratto dal libro:

Pecore Nere, racconti di Igiaba Scego, Laila Waida, Ingy Mubiayi e Gabriella Kuruvilla

<Mi sento una papabile al pestaggio. Sarei perfetta, nessuno alle spalle per difendermi. Un capro perfetto, la perfetta “negra” da picchiare… Sono nera e penso che essere neri sia una sfiga assoluta. Non c’è scampo, sei già condannato ad essere oggetto di occhiatacce di traverso-nella migliore delle ipotesi- o di pestaggi, roghi, lapidazioni, stupri, crocifissioni, omicidi-nella peggiore, E non c’è scampo nemmeno se nasci in un paese dove sono tutti dello stesso tuo colore, in quel caso forse è ancora peggio. Perché prima di tutto rischi di morire di stenti dopo atroci sofferenze… E non sei nemmeno in questo caso, puoi sempre consolarti con qualche flagello naturale che sicuramente non mancherà di colpire il paese di tutti neri, dove tu “negro” sfigato hai deciso di andare ad abitare, stanco degli insulti dei bianchi… Il razzismo ahimè non è una burla. Cazzo, vorrei che fosse una megaburla globale, una farsa da internet… Allora che devo fare? Devo mangiarmi la salsiccia con il vomito per dimostrare di non avere la coda di paglia? Per dimostrare che sono anch’io una sorella d’Italia con tutti i crismi? Di avere impronte mande in Italy a denominazione di origine controllata?… Guardo le salsicce e le getto nell’immondezzaio. Ma come ho potuto solo pensare di mangiarle? Perché voglio negare me stessa, solo per far contenta una signora butterata con la voce da travestito? O far contento i sadici che hanno introdotto l’umiliazione delle impronte? Sarei più italiana con una salsiccia nello stomaco? E sarei meno somala? O tutto il contrario? No, sarei la stessa, lo stesso mix. E se questo dà fastidio, d’ora in poi me ne fotterò!>

Igiaba, “Salsicce”

< A volte vorrei essere orfana. E’ una cosa terribile da dire, lo so. Non sono un’ingrata, forse mi sono espressa male. Voglio un bene da matti ai miei, lo giuro. E’ solo che vorrei che fossero… diversi. Normali, cioè. Come i genitori di tutti gli altri ragazzi della mia classe al Liceo Petrarca. Ho sedici anni e vivo a Milano, diamine… Quasi quasi rimpiangono il fatto di non dover andare al pozzo a prendere l’acqua, l’abitudine di alzarsi all’alba per dare da mangiare alle galline, la fatica immane sotto il sole cocente nei campi. Nonostante la lunga permanenza in Italia, mamma si veste sempre all’indiana, sfoggiando un sari sgargiante dopo l’altro, si pettina sempre all’indiana, cucina sempre all’indiana, parla sempre indiano. Scommetto che se ci fosse un modo di russare all’indiana lo farebbe.>

Layla,” Curry di pollo”

<Nella tasca dei jeans ho questo biglietto. Andata e ritorno, Milano-Madras. Che almeno ci sia, un ritorno. Come sempre, voglio e non voglio… L’aereo atterra. Andiamo a ritirare i bagagli. La stessa atmosfera umida , calda, squallida e soffocante che mi aveva tolto il respiro quando ero bambina. Ma allora ero con mio padre, non con il mio fidanzato… Mentre gli sbattevo in faccia la mia diversità: le mie canottiere che non coprivano le spalle, i miei pantajazz che segnavano il profilo delle natiche e delle game, i miei capelli ricci e sciolti non legai in una treccia, le mie sigarette fumate nei luoghi pubblici, i miei bikini indossati in spiaggia. Volevo che tutto un popolo mi accettasse, mettesse da parte le tradizioni, i suoi dogmi e le sue caste. Gettasse se stesso, per accogliermi: per come ero, per come sono.>

Gabriella. “India”

<Saranno due ore che mi trovo in questo stato. Mia madre e mia sorella sono uscita. Loro sì che si alzano presto, una per andare a lavorare, l’altra per andare a pregare… Il problema è che questa università non funziona… Se continuo così, sicuramente avrò il tempo di vivermi tutte le riforme… Mia sorella è stata fortunata, perché Magda è un nome che può sembrare italiano, io invece.. Hayat, con l’acca aspirata! Chissà, se mi chiamassi Francesca o Giovanna e non avessi questo cognome che comincia per Abd, cioè servo, forse sarei più tranquilla, adesso. Se fossi una Maria Rossi non starei qui a pensare se compilare o meno questo modulo. Lo farei e aspetterei. Magari cercandomi uno sponsor. Perché avrei la certezza che nessuno inarcherebbe le sopracciglia alla vista di un cognome che significa servo e un nome con l’acca aspirata che vogliono infiltrarsi nelle libere e democratiche istituzioni.>

Ingy, “Concorso”

Frammenti_di_unca_capoverdiana
Pecore Nere
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