Intervista a Lucy Monteiro

Lucy Monteiro

“La vita è dura ed è bene accettarla fin da subito. La povertà non è una vergogna, l’importante è conservare la dignità.”

Nonna Olimpia

Lucialina Lopes Monteiro nasce a Capo Verde, nella città di Mindelo, il 4 ottobre del 1966. Il padre è originario dell’isola di Santo Vicente e la madre dell’isola di Sao Antao. I genitori si sperano presto, è ancora una bambina quando si trasferisce insieme a suo fratello maggiore dalla nonna materna, Olimpia. Fino all’età di due anni vive con la madre e la nonna paterna a Mindelo.

Per lei la sua infanzia fu molto bella e serena, ha dei bei ricordi di sua nonna materna, delle sue zie e dei suoi cugini. Seppure non abitassero tutti insieme nella stessa casa, erano tutti molti uniti e felici. Ringrazia ogni giorno di essere cresciuta in quella casa di “Fund de Lombo Branco” a Porto Novo.

Cresce in un ambiente cattolico molto rigido; già all’età di quindici anni prendeva il traghetto da sola per andare a trovare la nonna paterna Paula e fare delle commissioni a Sao Vicente. E così passa la sua infanzia e adolescenza viaggiando tra le due isole.

Il rapporto con la nonna materna è stato molto importante per la sua crescita personale e professionale. Nonostante l’isola di Santo Antao, a quei tempi, non disponesse di un liceo, la sua voglia di studiare era tanta. Finito gli elementari aspetta due anni per ricominciare gli studi e la sua caparbietà le porterà a frequentare anche il liceo, malgrado le tante difficoltà che vi si presentarono in quel periodo.

Arriva a Genova nel dicembre del 1983, all’età di 17 anni, con una sua cugina per ricongiungere la madre.

Con determinazione e con l’aiuto della madre si iscrive alla scuola per gli infermieri all’Ospedale Galliera, si diploma e diventa infermiera professionale. Oggi lavora all’Ospedale Galliera, con l’epidemia di covid-19 per lei ogni giorno è una benedizione.

Sandy: “Ciao Lucy! Benvenuta a “Tè con Sandy e Mea”. Nella tua presentazione abbiamo già detto che sei arrivata in Italia nel 1983 per ricongiungere tua madre. Com’è stato il tuo arrivo in una nuova realtà?”

Lucy: “Non è stato facile. Sono arrivata con mia cugina, che per me è come una sorella, per ricongiungerci alle nostre madri. Ho iniziato subito a studiare, Istituto Vittorio Emanuele II, ragioneria. Facevo la scuola serale perché di giorno lavoravo, pulivo uffici ecc. Poi decisi nel 1989 di fare la scuola per gli infermieri all’Ospedale Galliera, grazie all’aiuto di madre, e nel 1992 sono diventata infermiera professionale”.

Sandy: “Hai trovato subito lavoro? Hai avuto dei problemi nell’inserimento nel mondo lavorativo a Genova?”

Lucy: “Sì, ho trovato subito lavoro all’Ospedale Galliera e tuttora lavoro lì e mi trovo bene.”

Sandy: “Dalle tue parole il tuo lavoro ti piace e ti rende felice. È così?”

Lucy: “Sì! Ogni giorno per me è una gioia poter fare il mio lavoro”.

Sandy: “Invece cambiando un po’ tema, andando sulla sfera personale, figli? Sposata?”

Lucy: “Sono sposata e ho un figlio che è il centro del mio universo. Mi ritengo di essere una donna molto fortunata, di avere anche dei genitori fantastici e un fratello che adoro”.

Sandy: “Quindi tuo figlio è nato qui, cosa fa ora? Cosa ne pensa delle sue origini capoverdiane? Tuo marito è capoverdiano o italiano?”

Lucy: “Mio figlio è nato qui. L’abbiamo sempre portato a Capo Verde e ha fatto anche delle amicizie lì. A Capo Verde tutto è molto diverso, genuino e sincero. Infatti, a lui piace tutto di Capo Verde, dal cibo agli usi e i costumi. Riguardo alla comunità capoverdiana qui, frequenta poco. Sì, mio marito è capoverdiano, di Porto Novo. Siamo sempre stati persone riservate e preferiamo fare la nostra vita un po’ in disparte. Qui abbiamo grossi problemi di unione, di condivisione e a volte anche di rispetto. Perciò io e mio marito lo abbiamo tenuto un po’ al di fuori della comunità, sostenendo sempre le sue scelte e lasciandolo ragionare con la propria testa, in fine ha seguito i suoi sogni. L’anno scorso si è laureato in psicologia ed ora si prepara alla specializzazione”.

Sandy: “Un tuo pregio e un tuo difetto?”

Lucy: “Un mio pregio è essere molto generosa, aggiungo anche essere riservata. Vedi nella vita, purtroppo, quando si è troppo generosi con gli altri, a volte se ne approfittano. Ci sono rimasta male in tantissime occasioni, però sono fatta così e questo mi rende umana. Un difetto? Sono molto permalosa, ma sto lavorando su di esso”.

Sandy: “Mi piace osservare molto le persone, mi affascina l’essere umano nella sua bellezza e nella sua complessità. Mi ricordo quando ti vidi per la prima volta, quello che mi colpì di te è stato il tuo sguardo così lontano e così vicino, indiscreto e silenzioso. Dietro a quegli occhi profondi c’è una donna che avvolge qualche mistero lontano. E così?”

Lucy: “Mistero? No, assolutamente no. Di solito sono molto cristallina, mi piace abbracciare le persone … mi “apro” verso gli altri. Per me un abbraccio è come mangiare un pezzo di cioccolato, mi dà più calore che baciare le persone. Fin da bambina mi piaceva abbracciare le persone, sento qualcosa di diverso, sento il calore umano”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che non dimenticherai mai?”

Lucy: “Ci sono due frasi di mia nonna che costudisco nella mia mente e nel mio cuore: La vita è dura ed è bene accettarla fin da subito. La povertà non è una vergogna, l’importante è conservare la dignità”.

Sandy: “Un proverbio italiano e uno capoverdiano?”

Lucy: “Proverbio italiano: Paese che vai usanze che trovi. E un proverbio capoverdiano: Se ti viene dato un consiglio e lo disprezzi, otterrai la maledizione di Caino come compenso”.

Sandy: “Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Lucy: “Sicuramente sì. Per me è stato un forte cambiamento, sono cresciuta qui. Mi è servito a migliorare economicamente e culturalmente, Italia è diventata la mia seconda patria. Mi piace l’inno nazionale e la cucina italiana”.

Sandy: “Piatto capoverdiano preferito? Italiano?”

Lucy: “Non ho un piatto unico capoverdiano preferito. Mi piace la Catchupa, il pesce cucinato in vari modi, Canja, fagioli verdi ecc. La cucina italiana? Per me è la Queen of the world, è ricca e variegata. In assoluto mi piace Pasta con olio, aglio e peperoncino”.

Sandy: “Musica capoverdiana?”

Lucy: “Morna e Coladera sono i miei generi musicali preferiti. I miei cantanti sono: Cesária Évora, Ildo Lobo, Bana e Luís Morais.”

Sandy: “Riguardo alla comunità capoverdiana a Genova?”

Lucy: “Innanzitutto a Genova ci manca un Consolato di Capo Verde, siamo in tanti, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti. Immagino persone come mia madre, anziane, il quanto può essere difficile e stressante sbrigare qualche pratica o semplicemente richiedere il passaporto. Sono costretti ad andare a Roma (il viaggio è lontano e costoso) oppure spedire dei documenti, per loro è molto più complicato. Riguardo alla comunità capoverdiana deve essere più civile e più aggregata nel bene e nel male perché a Capo Verde non siamo così, siamo persone splendide e unite”.

Sandy: “Cosa ti piace di Genova?”

Lucy: “Di Genova mi piace il connubio tra mare e monti. Insomma la Regione Liguria è splendida”.

Sandy: “In questo connubio perfetto della città, secondo te c’è qualche difetto?”

Lucy: “Un difetto? Secondo me la diffidenza dei Genovesi, questo blocca la città e le persone”.

Sandy: “Cosa pensi del razzismo? Mai subito episodi di razzismo? Se sì, raccontaci un episodio”.

Lucy: “Essendo nata in una nazione multiculturale, non ho conosciuto il razzismo lì. Qui invece mi sono capitati episodi di razzismo, ma grazie a Dio sono andata sempre avanti e non mi sono persa in questo vortice negativo. Penso che il razzismo sia ignoranza pura, quando una persona si mette a discutere con persone ignoranti rischia di scendere ai loro livelli, è solo una grande perdita di tempo e di energia”.

Sandy: “Com’è stato lavorare in questi giorni di emergenza?”

Lucy: “Per ora preferisco non parlare, è tutta una situazione abbastanza stressante e delicata. Però sono disponibile, più avanti, per un’intervista per raccontare la mia esperienza e il mio lavoro in questi mesi dell’epidemia di Covid-19″.

Sandy: “Un consiglio al volo per tutti noi?”

Lucy: “Essere felice sempre e fare tesoro di ciò che abbiamo”.

Sandy: “Dove ti vedi fra dieci anni?”

Lucy: “In pensione a Capo Verde a godermi la mia vita in perfetto stile relax, come si dice giù: NO STRESS!”

Sandy: “Lucy ti ringrazio per l’intervista e ti auguro il meglio”.

Lucy: “Grazie a te”.

Tè con Sandy e Mea!

Buongiorno a tutti! Venerdì 29 maggio, qui sul blog, ci sarà una nuova intervista. La nostra intervistata sarà Lucy Monteiro.

Frammenti di Una Capoverdiana/ Tè con Sandy e Mea

Africa, sei la mia pioggia 🌧️🌧️🌧️☔☔☔

(Lettera dedicata a mamma Africa)

Il 25 maggio è la giornata dell’Africa e così ho dedicato questa lettera:

Mae, ti scrivo questa lettera per chiederti perdono; vorrei scusarmi per quest’allontanamento. Sai, non ti ho mai dimenticata, ho avuto tanto da fare qui. La vita qui non è facile!

Sono andata via dalle tue braccia contro la mia volontà, ero piccola… sto crescendo, sapevi? Sto diventando donna come te. Ogni giorno ti assomiglio sempre di più. Ho scoperto che ho il tuo sorriso, la mia risata è come il rumore delle tue acque; i miei capelli sono ondulati come le onde che ti cullano, di colore rosso-marrone come la tua terra e come il sangue che ogni giorno viene versato su di essa.; la mia pelle è dorata come il sole che sbatte sulle tue rocce.

Il mio sguardo è come il tuo, malinconico, aspetta sempre qualcosa di buono, un cambiamento; a volte sento quella nostalgia di cui mi parlavi sempre da piccola, ti ricordi? Mamma è pesante la nostalgia. Ogni giorno aumenta, sembra che abbia un nodo nello stomaco. Come faccio a togliermi questo nodo? Sei riuscita a scacciarla via? Io non ci riesco, mi tormenta e mi segue.

Ho imparato a camminare come una donna, passi corti e in silenzio. Quando cammino riesco a sentire i miei passi che toccano la terra. La terra qui è fredda, non è come la tua… calda! Mi manca il tuo calore, la tua umanità. Quanto mi manchi? Vorrei tornare, ma non posso… perdonami!

Ho ricevuto, una settimana fa, foto delle tue case. Che splendide!

Hai costruito 53 “case” per tutti noi… sono belle e uniche! Vorrei andare, ogni giorno per 53 giorni, a vivere in ognuna di queste case, posso? In mezzo a queste case passano i deserti, i fiumi, tantissimi animali, cascate, etc. Complimenti hai buon gusto! Ho visto anche la mia casa, è piccolina, piccolina e tenera. Grazie!

Ieri, quando sei venuta a trovarmi nel sogno e, dopo che te ne sei andata, ho iniziato a pensare:

Tutti ti chiamano “Mamma Africa” o “La culla dell’umanità”, eppure nessuno ti ama. Tutti ti vogliono e nessuno ti rispetta.

Oh, tu sole della terra, cosa hai mai fatto per meritare questo dolore? I tuoi figli, i tuoi semi scappano da te… perché rimani immobile nel vederli partire? Non ti mancano? Mamma stai dormendo? Oppure ci stai castigando?”

Pronuncio il tuo nome mille volte, hai un bellissimo nome! Chi ti ha dato questo nome? Oh, quante teorie sul significato del tuo nome e tuttora nessuno ti ha mai capita!!!

Sapevi che sei bella? Qualcuno te l’ha mai detto? Quando penso a te, i miei occhi si riempiono di lacrime dolci, quando mi chiami sento un tormento dentro e la morte mi si avvicina lentamente. Lasciami andare, non chiamarmi… mi vergogno di essere tua figlia! Cosa ho mai fatto per te? Non ti ho mai fatto un regalo!

Sai, so che vieni a trovarmi sempre nei sogni. Il tuo arrivo è come la pioggia, una goccia dopo l’altra e poi tutte insieme. Una goccia è un suono, due gocce formano un altro suono e così via. Africa sei la mia pioggia e il suono della mia vita! Quando inizio ad immaginare di essere vicino a te, come per magia inizio a sentire quella sensazione di euforia, di estasi, di gioia…. oh, come vorrei urlare! Come vorrei correre tra le tue foreste o savane!!!

I tuoi figli qui non parlano, sono diventati muti, ciechi e sordi. Combattono tra loro, sapevi? I tuoi figli hanno imparato a mentire, non conoscono più la verità e hanno perso il tuo odore. Come mai ti stanno lasciando? Cosa sta accadendo, mamma?

A volte quando sono sull’autobus li vedo zitti e in silenzio; camminano con la testa bassa. Sono tristi e non capisco dove vogliono andare o arrivare. Però c’è sempre qualcuno che urla tanto, tanto, tanto. Non ci avevi insegnato il rispetto verso gli altri? Devo dire che spesso vengono maltratti e subiscono tanti insulti. Alcuni rispondono e altri no. È triste vedere un mio fratello essere insultato e non poter far niente! Cosa devo dire? Non mi escono le parole lì per lì, la tristezza è così tanta che non riesco a dire niente.

Ieri ho aperto il giornale e ho scoperto che ci danno la colpa per l’enorme crisi che c’è da queste parti. Da noi c’è la crisi? Cos’è la crisi? Mamma tu sei ricca, vero? Hai diamanti, rame, sale, petrolio, gas, oro, tantissime pietre preziose, delle terre fertili, etc. Come mai dai miei calcoli risulta che siamo poveri? Con tutto quello che hai, potevi aiutarci tutti. Anche se mi è giunta voce che hai firmato un contratto con Satana. Egli manda sempre i suoi figli vestiti da pecore a lavorare da te, fai attenzione. Quando arrivano prendono tutto… rischi di rimanere senza niente.

Scusa mamma, ma dovevo dirti queste cose. Se è vero perché l’hai fatto? E i tuoi figli? Non ci pensi a noi?

I tuoi figli del nord hanno iniziato le rivolte… non so se è un bene o un male! Ci sono le iene da questi parti che aspettano per mangiare. Tu, che ne pensi? Mi auguro che saranno in grado di costruire il loro futuro. Quelli che sono qui sono considerati come un pericolo, una bomba pronta ad esplodere.

I tuoi figli del centro… poveri, mamma! Sono due o tre che stanno bene, altri soffrono tantissimo. Alcuni non hanno acqua da bere là, mamma! Perché? Altri vengono massacrati spesso per una politica di corruzione. So che ci sono delle persone che li aiutano, ma ne servono altre. Nel resto del mondo, la gente del centro è diventata famosa; escono sempre sui giornali, in televisione, telegiornali, etc., ritratti come poverini senza cibo o come gente che non fa parte del mondo.

Quelli del sud, sono come quelli del centro.

Non importa dove siamo nati… apparteniamo tutti a te…Mamma Africa!


 Sandra Andrade

Caterina Campodonico “Cattainin”

A forza di vendere “reste” e canestrelli all’Acquasanta, al Garbo, a San Cipriano con vento e sole, con acqua e catinelle, per assicurare un pane alla mia vecchiaia, fra i pochi soldi, mettevo da parte quelli per tramandarmi al tempo più lontano mentre son viva, e vera genovese di Portoria: Caterina Campodonico, la paesana, 1881. Da questa memoria, se vi piace, voi che passate, pregatemi pace.”.

Caterina Campodonico, conosciuta come “La Venditrice di Canestrelli o di Nocciole”, è una delle figure più note nel Cimitero Monumentale di Staglieno di Genova.

Nacque nel 1804 nel quartiere di Portoria (zona centrale di Genova), era una donna semplice e venditrice di dolci (collane di reste/nocciole e canestrelli). Vendeva i suoi dolci nelle varie fiere e mercati del Basso Piemonte e della Liguria.

Si sposò giovanissima con Giovanni Carpi, alcoolizzato e uno sfaticato. Caterina era una donna decisa e coraggiosa per i suoi tempi e a causa delle costanti “bevute” del marito fu costretta poi nel tempo a chiedere il divorzio. Pagò un risarcimento al marito pari ai 500 euro come buonuscita.

Non era ben vista dalla sua famiglia, una donna troppo indipendente. Le sorelle erano tutte sposate e con figli; lei invece era una donna che andava in giro da sola e il suo lavoro le faceva stare in stretto contatto con gli uomini.

Nel 1880 fu colpita da una grave malattia, mentre era a letto i suoi famigliari litigavano per l’eredità. Assistendo a quelle scene di litigio, dopo la sua guarigione decise di andare dallo scultore Lorenzo Orengo per commissionargli un suo monumento funebre.

Investì tutto il suo denaro nella realizzazione del suo monumento e lasciò i parenti senza eredità. La statua ritrae Caterina con le reste e i canestrelli, la camicetta di pizzo, il grembiule, lo scialle con le frange, i gioielli e con la sottana in broccato. Fece scrivere il suo necrologico dal poeta genovese, Giovan Battista Vigo (1844-1891).

Il monumento fu completato nel 1881, venne posto nel Porticato Inferiore 13 e la Stampa all’epoca ne parlò.

Il 7 luglio del 1882 Caterina (Cattainin) lasciò questo mondo. Il suo funerale fu celebrato nella chiesa di Santo Stefano e fu sepolta lì… al Cimitero Monumentale di Genova.

Curiosità: “Si dice che alcune donne abbiano vinto un terno al lotto (gioco che si reputa nato a Genova) con i suoi numeri della sua dipartita.”.  Rita Nello Marchetti

Nella chiesa di Santo Stefano, Cristoforo Colombo è stato battezzato e forse anche il giovane Balilla.

Bibliografia:

Itinerari a Staglieno, A cura del Comune di Genova

Cimitero Monumentale di Staglieno, Arte sotto il Cielo, a cura del Comune di Genova, Servizi Civici

Caterina e l’Angelo, il volto popolare e l’anima nobile del Cimitero di Staglieno, Rita Nello Marchetti

Intervista a Fatinha Lopes

Fatinha Lopes

Fatima Lopes, più conosciuta nella nostra comunità come Fatinha. Nasce a Capo Verde, nell’isola di Sal, il 23 agosto del 1968. Nel 1988 arriva a Roma per ricongiungere la madre e le due sorelle minori, nella speranza di trovare una vita migliore lascia i suoi cari e il suo paese. Per sette anni visse a Roma, dopo un viaggio a Genova s’innamora della città e si trasferisce.

Fatinha è una donna allegra, simpatica, di carattere aperto e di spirito libero. Ama condividere le sue emozioni e stare con gli altri. Non si annoia mai in sua compagnia, ed è sempre pronta per una nuova avventura. È madre di due figlie e nonna. Ogni giorno lotta, lavorando giorni e notti , sempre con il sorriso sulle labbra. Non ha mai smesso di sognare e la voglia di vivere è tanta.

Sandy “Ciao, Fatinha! Benvenuta a Tè con Sandy e Mea. Sei arrivata in Italia nel 1988, qual è stata la tua prima impressione?”

Fatinha: “Il mio arrivo è stato bello, forse perché ero presa dall’entusiasmo di rivedere mia madre e le mie sorelle, una città nuova, tutto mi è sembrato così meraviglioso. Dopo un mese, tragedia! Volevo tornare a Capo Verde, mi mancava tantissimo mia figlia (un dolore che non auguro a nessuna madre), mio padre, miei amici… insomma la mia vita di prima. Mi sembrava di vivere in una prigione”.

Sandy: “Dopo un po’ di tempo a Roma, ti sei trasferita a Genova. È stato un grosso cambiamento? Hai avuto difficoltà nell’inserirsi nella società genovese?”

Fatinha: “No, non ho avuto delle difficoltà. Avendo già una sorella e dei conoscenti il mio inserimento è stato facile. Poi Genova, forse, è una città apparentemente più accogliente e più tranquilla rispetto a Roma”.

Sandy: “Figli? Hai già detto in precedenza che avevi una figlia a Capo Verde, sei riuscita a farla venire qui?”

Fatinha: “Ne ho due figlie! Sì, prima di venire in Italia avevo già una figlia, purtroppo è rimasta a Sal. È stata la decisione più difficile della mia vita. Comunque, sono riuscita a farla venire dopo qualche anno”.

Sandy: “La seconda figlia è nata qui! Com’è il rapporto con la cultura capoverdiana?”

Fatinha: “Direi molto bene, ho sempre cercato di farla conoscere la mia cultura. L’ho portata anche a Capo Verde per conoscere le sue radici. E’ nata in Italia, figlia di padre italiano ma è anche capoverdiana, italo-capoverdiana”.

Sandy: “Un tuo pregio? Un tuo difetto?”

Fatinha: “Pregio non saprei, ma un difetto sì… un po’ permalosa”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che non dimenticherai mai?”

Fatinha: “Porca pari porquinhe”. (La scrofa partorì un lattonzolo)

(RISATE)

Sandy: “Questa citazione capoverdiana mi ha sempre fatto ridere moltissimo. Mi ricordo che si usava spesso, eppure non ha una connotazione vulgare, ma sì per “dimostrate” la realtà, cioè che è un dato di fatto. Giusto? Un proverbio capoverdiano che usi sempre?”

Fatinha: “Sì, confermo che è così. Un proverbio? Cred na mistere (Credo nel mistero)”.

(RISATE)

Sandy: “Se non fossi venuta in Italia, cosa pensi che avresti fatto a Capo Verde?”

Fatinha: “Sicuramente avrei trovato un lavoro in qualche albergo lì, come tanti altri miei amici. Alcuni hanno fatto carriera, altri no. Però vivono bene e sereni”.

Sandy: “Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Fatinha: “Sì. Ho avuto una figlia qui e nel frattempo poi è arrivata la mia figlia più grande. Ed ora ho un bellissimo nipote”.

Sandy: “Lavoro?”

Fatinha: “Per le donne immigrate, soprattutto ai miei tempi le possibilità di “crescere” nell’ambito lavorativo erano poche. L’unico lavoro disponibile per noi era quello di fare la colf. Non è stato facile adattarsi al ritmo di qui e nei primi anni uscivi solo due giorni alla settimana. Abitavi con le famiglie e la tua giornata fino alla cena era tutta dedicata a loro”.

Sandy: “Ora le cose vanno meglio? O sono peggiorate?”

Fatinha: “Vanno meglio, c’è una prospettiva diversa rispetto a venti anni fa. Però c’è poco lavoro per tutti”.

Sandy: “Il tuo lavoro ti ha resa felice?”

Fatinha: “Il mio lavoro non mi ha resa felice, ho dovuto solo adeguarmi per vivere”.

Sandy: “In che cosa credi?”

Fatinha: “Credo in tutto quello che mi fa stare bene”.

Sandy: “Piatto capoverdiano? Piatto italiano?”

Fatinha: “Sicuramente la Catchupa com pé de Porco (Catchupa com piede di maiale). Invece piatto italiano, la pasta in qualsiasi modo viene fatta, corta o lunga, con sugo o con pesto ecc.”.

Sandy: “Canzone capoverdiana preferita? Italiana?”

Fatinha: “Non ne una preferita sia capoverdiana e sia italiana. Se mi piace ok, sennò amen”.

Sandy: “Bene! Invece cosa ti piace della tua città?”

Fatinha: “Intendi Genova?”

Sandy: “Sì!”

Fatinha: “Sì, certo che mi piace! Non mi piace il carattere dei genovesi, sono molto chiusi”.

Sandy: “Cosa pensi del razzismo? Mai subito episodi di razzismo? Se sì, raccontaci un episodio”.

Fatinha: “Per me il razzismo non esiste, non so cosa sia. No!”

Sandy: “Quando dici “razzismo non esiste” cosa intendi? Secondo molti il razzismo esiste e che oggi lo vediamo e viviamo costantemente”.

Fatinha: “Perché per me non è razzismo, ma sì ignoranza”.

Sandy: “Cosa puoi “offrire” all’Italia come persona?”

Fatinha: “Posso offrire il mio rispetto per questo paese. Ormai sono trentun anni che vivi qui ed è diventata la mia casa”.

Sandy: “Come ti vedi fra dieci anni? Dove ti vedi tra dieci anni?”

Fatinha: “Forse avrò qualche capello bianco in più, ancora non ne ho (risate), chi lo sa? Spero di viaggiare”.

Sandy: “Grazie mille per la tua disponibilità”.

Fatinha: “Prego, alla prossima”.

Viaggio con Mea!

A breve ci saranno tanti racconti dei miei viaggi con Mea. Alla scoperta d’Italia.

Disegno realizzato da mia sorellina Awa ❤️😍😍😍

Tè con Sandy e Mea

Non perdete domani, venerdì 22, qui sul blog la super intervista con Fatinha Lopes.

Frammenti di Una Capoverdiana
Fatima Lopes

Insalata Psichedelica: “Get what you want, and scream to the world what you feel”.

Insalata Psichedelica

Il dover affrontare la quotidianità di questa nuova società psichedelica, crea nell’individuo un senso d’angoscia e di solitudine. Spesso i nostri obbiettivi o idee tramontano nel nulla (il nichilismo) e questo crea in noi, quella sensazione di disagio e di fastidio, portandoci a credere che siamo incapaci di proseguire o di realizzare qualunque nostro sogno.

Un tempo c’erano degli ideali, oggi ci sono dei bisogni e degli obbiettivi da raggiungere. Quindi la soluzione è quella di sfogare le proprie paure, rabbie ed insicurezze sui social. Dall’unione si è passato all’individualismo, dunque IO PENSO, IO PRODUCO DA SOLO.

Le nostre vite sono diventate delle vetrine esposte ad un pubblico maggiore, dove si agisce solo ed esclusivamente al numero dei “like” e dei “commenti”. Questo rafforza la nostra autostima, le nostre incertezze diventano certezze e fa sì che ci sentiamo persone migliori. Il moto è: “Io non ho niente da nascondere, quindi, non mi vergogno”.  

I social network sono degli spazi dove non sentiamo soli, un REGNO per sfoggiare i mille colori dei nostri desideri profani. C’è sempre qualcuno pronto ad “ascoltare”: Aldilà di quella porta c’è un confessionale, quindi confessa. Con la nostra “ingenuità” abbiamo prodotto un’identità virtuale, siamo diventati dei piccoli robottini pronti a scannare i nostri simili. Insomma, un mezzo per affermarsi il proprio ego.

Qualcuno ha mai letto realmente “Termini e Condizioni di Facebook o di Google”, ad esempio? Io no. Eppure, quando clicchi “Acconsento” hai dato il consenso ad essi di usare i tuoi dati sensibili. “Ma a chi importa?”, questo è il tuo pensiero, giusto? “Io non sono Nessuno”, “Non ho niente da nascondere, se Facebook vuole saperlo, perché no?”. Invece tu sei importante, sei una piccola goccia in quest’oceano che può cambiare la marea.

Avete mai visto il telefilm “Person of Interest”? Immaginiamo solo per un istante, che il mondo è veramente così, c’è questa grande macchina che controlla i nostri comportamenti e pensieri, che veniamo selezionati in base alle nostre azioni, buone o cattive, non rilevanti e rilevanti (nemico pubblico). Fa un po’ senso, vero?

Attenzione quando scrivo questo, non vuol dire che vedi ogni cosa che accade in questo mondo come un grande “Complottismo” dei poteri oscuri. Entrare in questa dinamica del complotto globale ci porta a distaccare della realtà e ci allontana dai nostri veri pensieri. Comunque, questo dei nostri dati personali che sono utilizzati per altri scopi, è un dato di fatto.

Sono giunta alla conclusione qualche giorno fa che, un terzo della mia giornata la passo su Facebook, forse anche di più. Per un motivo o l’altro, le mie dite scorrono velocemente sull’app di Facebook sul mio cellulare. Ci sono dei momenti che senti quel bisogno sfrenato di rispondere, commentare, mandare a quel paese tutto e tutti, solo guardando un post. Devo dire che in me, questi giorni, è nato anche il senso della Paladina della Giustizia. I miei amici virtuali? Il 90%, non ci scambiamo a volte neanche un saluto.

Così per una settimana sono uscita da tutti i social Network, nel prossimo articolo parlerò del mio “Esperimento: No Facebook for one week.”.

Tè con Sandy e Mea!

Una nuova visione sull’immigrazione capoverdiana nella città genovese. Una raccolta di testimonianze di capoverdiani nati e cresciuti a Genova! Ci vediamo tutti i venerdì con tante interviste.

Frammenti di Una Capoverdiana