Spesso quando bevo il tè del diavolo (barbidjaca) cado in questo vortice che mi porta a rivivere la mia vita precedente. Non so se è il Diavolo che mi parla o se è Dio che mi sussurra  che ho avuto tante vite, fra cui quella di essere nata nelle isole che un tempo appartenevano agli dei greci… le  cosiddette isole di Macaronesia.

Cala il sipario e ritorno come tutte le volte su questa spiaggia di sabbia bianca a guardare le stelle e ad ascoltare il suono della chitarra del mio amico Pedro. I miei amici mi chiedono: “manera, tud dret?” e io rispondo “ tud fixe!” .

In certe occasioni mi allontanavo e andavo verso la riva per ascoltare da vicino il rumore delle onde, spesso mi sentivo come Penelope che aspettava di rivedere il suo Ulisse.

La canzone che spesso cantiamo e suoniamo è quella  “ ‘m cria ser poeta “ di Paulino Vieira, c’è chi balla, chi piange, chi ride…insomma questa canzone provoca in tutti noi un sentimento diverso.

Quando non si canta, Joao ci racconta storie degli spiriti, streghe, “catchorrona”/ specie di lupo mannaro, scheletri che cammino a zig zag e si spezzano in frantumi , “massonque”/ massone, e tante altre. Brividi di paura mi attraversano la schiena ma non voglio e non vorrei mai che smettesse di raccontare. Torno a casa da sola pensando a quelle storie e nella mente riaffiorano tutte le paure. Inizio a correre perché dietro di me sento dei passi che non sono i miei, la paura è tanta e non voglio girarmi per controllare. Per fortuna c’è Maya il mio cane e mi sento più protetta, infatti quando Maya mi è venuta in contro non ho più sentito quei passi. C’è n’è ancora di strada da fare per arrivare alla mia casetta in mezzo al bosco.

Il bosco è fitto, la strada è sterrata, e sento il fruscio delle foglie.

Un silenzio di tomba! Siamo solo io e Maya. Anche lei è inquieta, ma non emette nessun latrato, scruta ogni piccolo movimento sospetto.

Siamo quasi vicino a casa, si intravede la luce che proviene dalla cucina, dove mamma, ogni sera, prima di andare a letto, cuce e recita il rosario. Chissà se il mio fratellino sta dormendo, ogni sera mi aspetta per ascoltare la favola della buonanotte Tilobo e Chibinho.

Ad un tratto Maya si ferma di colpo, non vuole più proseguire.

Faccio due tre passi in avanti ma  Maya è sempre lì nello stesso punto e inizia a ringhiare.

I miei battiti cardiaci iniziano ad accelerare, comincio a tremare, all’improvviso ho freddo, c’ è qualcosa nell’aria che non mi piace.

Non se andare avanti, o iniziare a correre o urlare. Cosa sta succedendo? Le mie gambe sembrano paralizzate, mi guardo intorno e la scena cambia improvvisamente.

Tutto è diventato buio, sento dei passi venire verso di me ma non vedo niente.

I passi non sono più due, si moltiplicano, sento delle risate, risate che sembrano lame che ti trafiggono l’ anima. Maya ringhia sempre più forte, le fronde degli alberi sembrano impazzite.

Torno indietro verso Maya perché ho paura e mi inchino per abbracciarla. Ad un tratto sento qualcosa/qualcuno che mi salta sulla schiena, non riesco a muovermi. Il cane rizza il pelo e mi salta addosso. Cado, Maya rotola come per lottare a terra ma non vedo niente. Le risate sono sempre più forti e vicine, sento battiti di piedi, mi sento accerchiata.

Vorrei pregare ma so che le preghiere ora non servono a niente, nessuno mi può aiutare. Perdo i sensi.

Quando rinvengo, sento la voce di mia madre e apro gli occhi. È mattina.

Mi alzo e corro verso mia madre piangendo, la abbraccio e mi viene in mente Maya.

Mi giro per cercarla ma è sdraiata per terra.

La chiamo ma lei non si muove, è ferma. Le vado incontro e capisco che Maya è morta.

Maya mi ha salvata, non so da chi o da che cosa ma di per certo so che stanotte è successo qualcosa.

A quello che è successo quello che ho visto, quello che ho sentito non c è una spiegazione logica.

Torno a casa piangendo e mi sdraio sul letto.

Mi risveglio e mi ritrovo in uno studio, sono con il mio amico Sigmund.

Correva l’anno 1912 ero in Austria per lavoro e sapendo che anche lui era lì sono andata a salutarlo.

L’ ultima volta che c’eravamo visti 5 anni prima eravamo in Svizzera.

Quando sono arrivata nel suo studio mi ha offerto un tè di questa pianta che il suo amico capitano George Roberts aveva portato dai suoi viaggi a Capo Verde, questa pianta per qualcuno si chiamava barbidjaca per altri tè del diavolo.

Dopo averlo bevuto, il mio ultimo ricordo era il libro dell’Odissea appoggiato sulla scrivania.

Sono  caduto in uno stato ipnotico.

La vita è un teatro, tutto è in continuo movimento e mutamento le sensazioni e le emozioni sono parte di un sistema cosmico che nessuno può controllare.

Afrah e Qamar