Caterina Campodonico “Cattainin”

A forza di vendere “reste” e canestrelli all’Acquasanta, al Garbo, a San Cipriano con vento e sole, con acqua e catinelle, per assicurare un pane alla mia vecchiaia, fra i pochi soldi, mettevo da parte quelli per tramandarmi al tempo più lontano mentre son viva, e vera genovese di Portoria: Caterina Campodonico, la paesana, 1881. Da questa memoria, se vi piace, voi che passate, pregatemi pace.”.

Caterina Campodonico, conosciuta come “La Venditrice di Canestrelli o di Nocciole”, è una delle figure più note nel Cimitero Monumentale di Staglieno di Genova.

Nacque nel 1804 nel quartiere di Portoria (zona centrale di Genova), era una donna semplice e venditrice di dolci (collane di reste/nocciole e canestrelli). Vendeva i suoi dolci nelle varie fiere e mercati del Basso Piemonte e della Liguria.

Si sposò giovanissima con Giovanni Carpi, alcoolizzato e uno sfaticato. Caterina era una donna decisa e coraggiosa per i suoi tempi e a causa delle costanti “bevute” del marito fu costretta poi nel tempo a chiedere il divorzio, pagò un risarcimento al marito di 3000 franchi come buonuscita.

Non era ben vista dalla sua famiglia, una donna troppo indipendente. Le sorelle erano tutte sposate e con figli; lei invece era una donna che andava in giro da sola e il suo lavoro le faceva stare in stretto contatto con gli uomini.

Nel 1880 fu colpita da una grave malattia, mentre era a letto i suoi famigliari litigavano per l’eredità. Assistendo a quelle scene di litigio, dopo la sua guarigione decise di andare dallo scultore Lorenzo Orengo per commissionargli un suo monumento funebre.

Investì tutto il suo denaro nella realizzazione del suo monumento e lasciò i parenti senza eredità. La statua ritrae Caterina con le reste ed i canestrelli, la camicetta di pizzo, il grembiule, lo scialle con le frange, i gioielli e con la sottana in broccato. Fece scrivere il suo necrologico dal poeta genovese, Giovan Battista Vigo (1844-1891).

Finito il monumento nel 1881, venne posto nel Porticato Inferiore 13 e la stampa all’epoca ne parlò.

Il 7 luglio del 1882 Caterina (Cattainin) lasciò questo mondo. Il suo funerale fu celebrato nella chiesa di Santo Stefano e fu sepolta lì… al Cimitero Monumentale di Genova.

Curiosità: “Si dice che alcune donne abbiano vinto un terno al lotto (gioco che si reputa nato a Genova) con i suoi numeri della sua dipartita.”.  Rita Nello Marchetti

Nella chiesa di Santo Stefano, Cristoforo Colombo è stato battezzato e forse anche il giovane Balilla.

Bibliografia:

Itinerari a Staglieno, A cura del Comune di Genova

Cimitero Monumentale di Staglieno, Arte sotto il Cielo, a cura del Comune di Genova, Servizi Civici

Caterina e l’Angelo, il volto popolare e l’anima nobile del Cimitero di Staglieno, Rita Nello Marchetti

Intervista a Fatinha Lopes

Fatinha Lopes

Fatima Lopes, più conosciuta nella nostra comunità come Fatinha. Nasce a Capo Verde, nell’isola di Sal, il 23 agosto del 1968. Nel 1988 arriva a Roma per ricongiungere la madre e le due sorelle minori, nella speranza di trovare una vita migliore lascia i suoi cari e il suo paese. Per sette anni visse a Roma, dopo un viaggio a Genova s’innamora della città e si trasferisce.

Fatinha è una donna allegra, simpatica, di carattere aperto e di spirito libero. Ama condividere le sue emozioni e stare con gli altri. Non si annoia mai in sua compagnia, ed è sempre pronta per una nuova avventura. È madre di due figlie e nonna. Ogni giorno lotta, lavorando giorni e notti , sempre con il sorriso sulle labbra. Non ha mai smesso di sognare e la voglia di vivere è tanta.

Sandy “Ciao, Fatinha! Benvenuta a Tè con Sandy e Mea. Sei arrivata in Italia nel 1988, qual è stata la tua prima impressione?”

Fatinha: “Il mio arrivo è stato bello, forse perché ero presa dall’entusiasmo di rivedere mia madre e le mie sorelle, una città nuova, tutto mi è sembrato così meraviglioso. Dopo un mese, tragedia! Volevo tornare a Capo Verde, mi mancava tantissimo mia figlia (un dolore che non auguro a nessuna madre), mio padre, miei amici… insomma la mia vita di prima. Mi sembrava di vivere in una prigione”.

Sandy: “Dopo un po’ di tempo a Roma, ti sei trasferita a Genova. È stato un grosso cambiamento? Hai avuto difficoltà nell’inserirsi nella società genovese?”

Fatinha: “No, non ho avuto delle difficoltà. Avendo già una sorella e dei conoscenti il mio inserimento è stato facile. Poi Genova, forse, è una città apparentemente più accogliente e più tranquilla rispetto a Roma”.

Sandy: “Figli? Hai già detto in precedenza che avevi una figlia a Capo Verde, sei riuscita a farla venire qui?”

Fatinha: “Ne ho due figlie! Sì, prima di venire in Italia avevo già una figlia, purtroppo è rimasta a Sal. È stata la decisione più difficile della mia vita. Comunque, sono riuscita a farla venire dopo qualche anno”.

Sandy: “La seconda figlia è nata qui! Com’è il rapporto con la cultura capoverdiana?”

Fatinha: “Direi molto bene, ho sempre cercato di farla conoscere la mia cultura. L’ho portata anche a Capo Verde per conoscere le sue radici. E’ nata in Italia, figlia di padre italiano ma è anche capoverdiana, italo-capoverdiana”.

Sandy: “Un tuo pregio? Un tuo difetto?”

Fatinha: “Pregio non saprei, ma un difetto sì… un po’ permalosa”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che non dimenticherai mai?”

Fatinha: “Porca pari porquinhe”. (La scrofa partorì un lattonzolo)

(RISATE)

Sandy: “Questa citazione capoverdiana mi ha sempre fatto ridere moltissimo. Mi ricordo che si usava spesso, eppure non ha una connotazione vulgare, ma sì per “dimostrate” la realtà, cioè che è un dato di fatto. Giusto? Un proverbio capoverdiano che usi sempre?”

Fatinha: “Sì, confermo che è così. Un proverbio? Cred na mistere (Credo nel mistero)”.

(RISATE)

Sandy: “Se non fossi venuta in Italia, cosa pensi che avresti fatto a Capo Verde?”

Fatinha: “Sicuramente avrei trovato un lavoro in qualche albergo lì, come tanti altri miei amici. Alcuni hanno fatto carriera, altri no. Però vivono bene e sereni”.

Sandy: “Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Fatinha: “Sì. Ho avuto una figlia qui e nel frattempo poi è arrivata la mia figlia più grande. Ed ora ho un bellissimo nipote”.

Sandy: “Lavoro?”

Fatinha: “Per le donne immigrate, soprattutto ai miei tempi le possibilità di “crescere” nell’ambito lavorativo erano poche. L’unico lavoro disponibile per noi era quello di fare la colf. Non è stato facile adattarsi al ritmo di qui e nei primi anni uscivi solo due giorni alla settimana. Abitavi con le famiglie e la tua giornata fino alla cena era tutta dedicata a loro”.

Sandy: “Ora le cose vanno meglio? O sono peggiorate?”

Fatinha: “Vanno meglio, c’è una prospettiva diversa rispetto a venti anni fa. Però c’è poco lavoro per tutti”.

Sandy: “Il tuo lavoro ti ha resa felice?”

Fatinha: “Il mio lavoro non mi ha resa felice, ho dovuto solo adeguarmi per vivere”.

Sandy: “In che cosa credi?”

Fatinha: “Credo in tutto quello che mi fa stare bene”.

Sandy: “Piatto capoverdiano? Piatto italiano?”

Fatinha: “Sicuramente la Catchupa com pé de Porco (Catchupa com piede di maiale). Invece piatto italiano, la pasta in qualsiasi modo viene fatta, corta o lunga, con sugo o con pesto ecc.”.

Sandy: “Canzone capoverdiana preferita? Italiana?”

Fatinha: “Non ne una preferita sia capoverdiana e sia italiana. Se mi piace ok, sennò amen”.

Sandy: “Bene! Invece cosa ti piace della tua città?”

Fatinha: “Intendi Genova?”

Sandy: “Sì!”

Fatinha: “Sì, certo che mi piace! Non mi piace il carattere dei genovesi, sono molto chiusi”.

Sandy: “Cosa pensi del razzismo? Mai subito episodi di razzismo? Se sì, raccontaci un episodio”.

Fatinha: “Per me il razzismo non esiste, non so cosa sia. No!”

Sandy: “Quando dici “razzismo non esiste” cosa intendi? Secondo molti il razzismo esiste e che oggi lo vediamo e viviamo costantemente”.

Fatinha: “Perché per me non è razzismo, ma sì ignoranza”.

Sandy: “Cosa puoi “offrire” all’Italia come persona?”

Fatinha: “Posso offrire il mio rispetto per questo paese. Ormai sono trentun anni che vivi qui ed è diventata la mia casa”.

Sandy: “Come ti vedi fra dieci anni? Dove ti vedi tra dieci anni?”

Fatinha: “Forse avrò qualche capello bianco in più, ancora non ne ho (risate), chi lo sa? Spero di viaggiare”.

Sandy: “Grazie mille per la tua disponibilità”.

Fatinha: “Prego, alla prossima”.

Viaggio con Mea!

A breve ci saranno tanti racconti dei miei viaggi con Mea. Alla scoperta d’Italia.

Disegno realizzato da mia sorellina Awa ❤️😍😍😍

Tè con Sandy e Mea

Non perdete domani, venerdì 22, qui sul blog la super intervista con Fatinha Lopes.

Frammenti di Una Capoverdiana
Fatima Lopes

Insalata Psichedelica: “Get what you want, and scream to the world what you feel.”.

Insalata Psichedelica

Il dover affrontare la quotidianità di questa nuova società psichedelica, crea nell’individuo un senso d’angoscia e di solitudine. Spesso i nostri obbiettivi o idee tramontano nel nulla (il nichilismo) e questo crea in noi, quella sensazione di disagio e di fastidio, portandoci a credere che siamo incapaci di proseguire o di realizzare qualunque nostro sogno.

Un tempo c’erano degli ideali, oggi ci sono dei bisogni e degli obbiettivi da raggiungere. Quindi la soluzione è quella di sfogare le proprie paure, rabbie ed insicurezze sui social. Dall’unione si è passato all’individualismo, dunque IO PENSO, IO PRODUCO DA SOLO.

Le nostre vite sono diventate delle vetrine esposte ad un pubblico maggiore, dove si agisce solo ed esclusivamente al numero dei “like” e dei “commenti”. Questo rafforza la nostra autostima, le nostre incertezze diventano certezze, e fa sì che ci sentiamo persone migliori. Il moto è: “Io non ho niente da nascondere, quindi, non mi vergogno.”.  

I social network sono degli spazi dove non sentiamo soli, un REGNO per sfoggiare i mille colori dei nostri desideri profani. C’è sempre qualcuno pronto ad “ascoltare”: Aldilà di quella porta c’è un confessionale, quindi confessa. Con la nostra “ingenuità” abbiamo prodotto un’identità virtuale, siamo diventati dei piccoli robottini pronti a scannare i nostri simili. Insomma, un mezzo per affermarsi il proprio ego.

Qualcuno ha mai letto realmente “Termini e Condizioni di Facebook o di Google”, ad esempio? Io no. Eppure, quando clicchi “Acconsento” hai dato il consenso a loro di usare i tuoi dati sensibili. “Ma a chi importa?”, questo è il tuo pensiero, giusto? “Io non sono Nessuno”, “Non ho niente da nascondere, se Facebook vuole saperlo, perché no?”. Invece tu sei importante, sei una piccola goccia in quest’oceano che può cambiare la marea.

Avete mai visto il telefilm “Person of Interest”? Immaginiamo solo per un istante, che il mondo è veramente così, c’è questa grande macchina che controlla i nostri comportamenti e pensieri, che veniamo selezionati in base alle nostre azioni, buone o cattive, non rilevanti e rilevanti (nemico pubblico). Fa un po’ senso, vero?

Attenzione quando scrivo questo, non vuol dire che vedi ogni cosa che accade in questo mondo come un grande “Complottismo” dei poteri oscuri. Entrare in questa dinamica del complotto globale ci porta a distaccare della realtà e ci allontana dai nostri veri pensieri. Comunque sia, questo dei nostri dati personali che vengono utilizzati per altri scopi, è un dato di fatto.

Sono giunta alla conclusione qualche giorno fa che, un terzo della mia giornata la passo su Facebook, forse anche di più. Per un motivo o l’altro, le mie dite scorrono velocemente sull’app di Facebook sul mio cellulare. Ci sono dei momenti che senti quel bisogno sfrenato di rispondere, commentare, mandare a quel paese tutto e tutti, solo guardando un post. Devo dire che in me, questi giorni, è nato anche il senso della Paladina della Giustizia. I miei amici virtuali? Il 90%, non ci scambiamo a volte neanche un saluto.

Così per una settimana sono uscita da tutti i social Network, nel prossimo articolo parlerò del mio “Esperimento: No Facebook for one week.”.

Tè con Sandy e Mea!

Una nuova visione sull’immigrazione capoverdiana nella città genovese. Una raccolta di testimonianze di capoverdiani nati e cresciuti a Genova! Ci vediamo tutti i venerdì con tante interviste.

Frammenti di Una Capoverdiana

“Morire prima di morire”

“La consapevolezza della morte è la base del percorso. Fino a che non si sviluppa questa consapevolezza, tutte le altre pratiche sono inutili.” Dalai Lama

Nella vita abbiamo tante paure, ma c’è una in particolare che ci terrorizza più delle altre… la morte.

La paura è anche l’inizio di un percorso spirituale, il cammino verso Dio affrontando dolori e perdite per capirne le cause e liberarsi da tutto ciò.  Spesso ci capita anche di smarrire il proprio sentiero e di sprofondare in uno stato catatonico, angosciante e triste al solo pensiero della morte nostra e dei nostri cari.

Se andiamo a vedere il significato della morte nei dizionari, troviamo:

“ La cessazione delle funzioni vitali negli organismi viventi e nell’uomo (due cose belle ha il mondo: Amore e morte, Leopardi; certificato di m. ; m. presunta ; pericolo di m. ); suscettibile di determinazioni e analogie spec. nell’ambito etico e psicologico ( una m. gloriosa, infamante ; ha fatto una brutta m. ; c’era intorno un silenzio di m. ), o anche riguardo all’individuazione di un rapporto di causa ed effetto ( quella pleurite è stata la sua m. ) o alla designazione della circostanza, del modo in cui avviene ( m. accidentale, improvvisa, violenta ), e con particolare riferimento alla esecuzione capitale ( condannare a m. ; pena di m. ; sentenza di m., anche fig., a proposito di quanto tolga definitivamente ogni illusione o speranza: la diagnosi del medico è stata per lui la sentenza di m.) o al suicidio.”

Ovviamente da piccola avevo paura della morte, non mi piaceva andare ai funerali neanche a quelli dei parenti più stretti. Andare al cimitero? No, assolutamente no. Sono nata nell’isola di Sal a Capo Verde. Un’isola in mezzo all’Oceano Atlantico con scarsa vegetazione ed è tutto deserto. La terra è rossa e marrone. Provate a immaginare un cimitero nel deserto, niente case attorno, senza luci e i più anziani ci raccontavano mille storie di fantasmi… roba per i duri di cuore! Riuscite a immaginare?

Le tradizioni orali a Capo Verde nella maggior parte dei casi sono legate alla morte. Le storielle che sentivamo da bambini erano di spiriti, streghe, scheletri che uscivano dai cimiteri, cani che diventavano ombre enormi  per poi divorare le nostre anime, fantasmi che vagavano nel deserto, anime che arrivavano dai mari, spose morte che camminavo per strade buie alla ricerca dei loro amati, fantasmi che venivano a tirarti il piede di notte al letto (tuttora non dormo mai con i piedi scoperti hahahah) etc, etc. Poi c’erano anche le testimonianze di persone che ci raccontavano di aver visto dei fantasmi, bambini con un dente solo e che all’improvviso diventavano forme non umane.

Il luto a Capo Verde durava un anno e passa, un funerale durava un mese e il morto rimaneva in casa per quasi tre giorni.  Pensate come può volare la fantasia di un bambino/a o di una persona qualunque?!

All’età di quattordici anni il mio bisnonno paterno si ammalò gravemente, tumore alla prostata. Aveva novantatré anni e non si poteva più operare, soffrì tantissimo. Era un uomo di carattere forte, autoritario e molto saggio. Non aveva studiato ma sapeva tutto: scienza, matematica, filosofia, religioni, fisica, chimica e credeva nella reincarnazione. Con noi bisnipoti era dolce e andavamo da lui in campagna a passare le vacanze estive.

Così durante il periodo della sua malattia sono rimasta a fianco a lui, la sera quando lo portavo da mangiare mi piaceva sedermi ed ascoltarlo. Era un momento intimo e spirituale con il mio bisnonno. Mi raccontava della sua vita e con lui ho affrontato il tema della morte. E senza accorgerne la mia visione della morte cambiò radicalmente. Infatti, quando lui morì, un anno dopo, ero felice per lui perché aveva smesso di soffrire ed era libero finalmente.

Nel corso degli anni ho sentito sempre questa frase “Morire prima di Morire”. Che frase riflessiva! Cosa vuol dire? E poi un giorno feci un viaggio nel regno dei morti…

Intervista a Nays Monteiro

Manuel Lopes Monteiro meglio conosciuto come Nays Monteiro è nato nell’isola di Sao Vicente l’11 aprile 1964. All’età di quattro anni, la madre partì per l’Italia e lui si trasferì da sua nonna a Porto Novo nell’ Isola di Santo Antao.

È cresciuto, quindi, con la nonna in un contesto particolare, ricco di cultura e tradizioni. Tutto questo suscitò in lui la voglia di scrivere poesie e testi musicali ispirandosi a vari cantanti e artisti capoverdiani e non solo, come “Bana”, “Voz de Cabo Verde”, “Cabo Verde Show”, “Kassav”, “Tubaroes”, “Bulimundo”, “Kings”, “Bob Marley”, “Gilberto Gil”, “Roberto Carlos” e tanti altri.

Come per la maggior parte dei bambini, aveva la passione per il calcio; anche se sentiva qualcosa dentro il suo cuore che lo spingeva sempre di più verso la strada della musica. Partecipò due volte al famoso concorso canoro delle isole: “Tud mundo canta/ Tutto il mondo canta”.

Nel 1986 raggiunse la madre in Italia, a Genova. Inizialmente non fu per lui un’esperienza facile: lasciare la sua isola e sua nonna è stato come se gli avessero portato via qualcosa.

Per “affrontare” e reagire a tutto ciò iniziò a scrivere piccoli brani dove parlava della sua terra natale, dell’amore e della costante nostalgia… “Saudade”.

Con il passare del tempo iniziò a conoscere nuova gente, nuove culture, soprattutto quella sudamericana e scoprì la band/ gruppo brasiliano “Nos Quatro” che a quei tempi aveva grande successo.

Nays cominciò ad animare varie serate nei locali di Genova e questo gli permise di conoscere altri generi musicali come: Samba, Bossa Nova, Lambada, Merengue, Salsa, etc.

Nello stesso periodo iniziò anche la sua carriera come DJ e come organizzatore di eventi musicali per le varie comunità straniere, inclusa quella capoverdiana.

La sua prima esperienza a livello di registrazione musicale fu nel 1992, quando insieme a Adao Ramos incisero sei canzoni del suo repertorio.

Più tardi incontrò i due artisti Carlos do Rosario e Manuel Gomes, e decisero di “giocare” con nuovi pezzi musicali. Insieme a loro incise il suo primo CD intitolato “Azul” nel 2002.

Hanno partecipato alla realizzazione del Cd anche Jorge do Rosario nella parte tecnica; Toy Avelino (chitarra), Roger Morreira (chorus/coro), Suzana Lubrano nella canzone “Antuninha Gorduchinha”. L’album per lui fu una grande soddisfazione e la canzone “Antuninha Gorduchinha” ottenne un grande successo a Capo Verde.

La musica per Nays è come l’acqua, senza di essa non potrebbe vivere, sente dentro di sé il bisogno di cantare e attraverso le sue canzoni ci racconta la storia di Capo Verde, i suoi sentimenti, i suoi ricordi d’infanzia, la sua esperienza vissuta e i suoi sogni.

Nel 2008 lanciò un nuovo CD intitolato “Ceu di nha Alma”, i testi sono tutti suoi, gli arrangiamenti sono di Jorge do Rosario e Franco Ramos, con la partecipazione di Jacqueline Fortes, Roger Moreira, Miss Carine Mota, Johnny Fonseca (chitarra), Kinkim Gomes e Skontje (cavaquinho). L’album è stato sponsorizzato da Epicerie Creole e Ricci-pro. Nel 2014 esce il suo CD dal titolo “Romantica inspiraçao” e nel 2018 “Reflexos di Paraiso”.

Sandy: “Ciao Nays! È sempre un piacere parlare con te, soprattutto condividere pensieri e informazioni. In questi anni abbiamo collaborato in vari progetti, soprattutto quelli legati all’Associazione Italo-Capoverdiana. Credo sia stata una bella esperienza e che ci abbia permesso di conoscersi un pò. Anche per te è stato così?”.

Nays: “E’ stata un’ottima esperienza e di grande condivisone. Penso che avrebbe potuto funzionare, purtroppo i nostri compaesani non hanno sposato la nostra causa e sinceramente poteva essere anche molto utile per noi tutti”.

Sandy: “Sei arrivato a Genova nel 1986. La tua prima impressione?”

Nays: “Uhm, era una città molto… come si può dire? Direi un mix tra Italia e America, che si è trasformato nel mito più esotico dopo l’arrivo di brasiliani e cubani. Negli anni 90 andavamo tutti in discoteca a ballare Lambada, Salsa, Merengue. Poi negli anni molto è cambiato e mi sono trovato in un mondo dentro una città”.

Sandy: “Quindi era già all’epoca una città multiculturale?! So che la comunità capoverdiana a Genova era costituita per lo più da donne. Come ti sei trovato?”

Nays: “Sì! La comunità capoverdiana contava con la presenza di soli cinque uomini su un numero più esteso di donne capoverdiane. Le capoverdiane erano tutte sposate o fidanzante, in più mi vedono minorenne e troppo magro. Comunque mi sono trovato bene”.

Sandy: “Non amo parlare d’Integrazione, preferisco usare la parola “Inclusione”. Trovo che l’inclusione sia un processo naturale e spontaneo. Quando mi parli di questa “mescolanza di culture”, mi viene da pensare che forse a quel tempo c’era più inclusione, secondo te cosa è cambiato allora in questi anni? L’influenza dei social network?”

Nays: “Sì, forse perché le persone erano più incuriosito dal “nuovo”; c’era più apertura e le persone volevano scoprire il nuovo mondo aldilà del libro che si leggeva. Quindi nel tempo è cambiato qualcosa, oggi non si parla di qualità, ma sì di quantità e questo porta un po’ di frustrazione ai più scalmanati. Quei tempi tutti lavoravano, il paese offriva più possibilità lavorative ed “i nostri figli” non erano in giro senza fare niente”.

Sandy: “Nays cambiando un po’ il discorso, un tuo pregio e un tuo difetto?”

Nays: “Un mio pregio è Adattare e un mio difetto è Accontentare”.

Sandy: “Quindi da quello che posso dedurre, allora ti sei “adatto” ed “accontentato” di vivere a Genova? Se sì, trovi che sia giusto così?”

Nays: “Non ho mai rischiato o pensato qualche volta di cambiare aria, ma c’è stato un momento…niente di concreto”.

Sandy: “Una frase o una citazione capoverdiana che ti è rimasto nel cuore?”

Nays: “Quem tem fé, tem esperança”. (Chi ha fede, ha speranza).

Sandy: “Un proverbio capoverdiano?”

Nays: “Quem não escuta conselhos, depois tem coceira”. (Chi non ascolta i consigli, dopo avrà prurito).

Sandy: “Se non fossi venuto in Italia, cosa pensi che avresti fatto a Capo Verde?”

Nays: “E’ una bella domanda. Penso che avrei seguito i miei sogni quello di fare il musicista a 360 gradi oppure l’insegnante o il comico”.

Sandy: “Il tuo lavoro primario è quello del portinaio ma hai un secondo lavoro che è quello del musicista. Ogni giorno continui ad animare le nostre serate ed a divulgare la musica capoverdiana nel mondo. Pensi che sia valsa la pena venire in Italia?”

Nays: “Sì! Non mi piace lamentare, ho la salute e un lavoro. La mia pace interiore, mi rende felice”.

Sandy: “Un tuo piatto preferito capoverdiano? E un piatto italiano?”

Nays: “Assolutamente Catchupa. Melanzane alla parmigiana”.

Sandy: “Genere musicale capoverdiano ed italiano preferiti?”

Nays: “Mi piace un po’ tutto, non ho canzoni preferite ad esempio. Ascolto qualsiasi genere musicale”.

Sandy: “Cosa ti piace di Genova? Un pregio e un difetto della tua città?”

Nays: “Mi piace il clima temperato e la sua bellezza. Un pregio? Mare e monte in poco tempo. Invece un difetto, poco strategica”.

Sandy: “Nays, cosa pensi del razzismo?”

Nays: “Non penso al razzismo, ignoro”.

Sandy: “Tu come cittadino di questa città cosa puoi offrirla?”

Nays: “Posso offrire la mia collaborazione come cittadino per bene”.

Sandy: “Cosa intendi per: Cittadino per Bene?”

Nays: “Che rispetta le regole, le leggi, i costumi del paese che mi ospita”.

Sandy: “Come ti vedi fra dieci anni? E dove ti vedi fra dieci anni?”

Nays: “Mi vedo un po’ invecchiato. Mi vedo qua se Dio vorrà”.

Sandy: “Grazie Nays per il tuo tempo e per le tue parole”.

Nays: “Grazie a te!”

Intervista a Tony

Con la mia carissima amica Ilaria, nel corso degli anni in cui eravamo membri e curatrici del blog dell’Associazione Italo-Capoverdiana abbiamo intervistato dei ragazzi “capoverdiani” nati e cresciuti a Genova. L’idea era di dare spazio alle loro idee e di raccontare le loro esperienza.

Ailton Silva più conosciuto come Tony, è nato nell’isola di Sao Vicente a Capo Verde il 17 giugno 1977. È un ragazzo semplice, di buona compagnia e ha una grande passione per il calcio. È sposato ed ha tre figli.

È arrivato in Italia, Genova, il 16 maggio 2004. È molto attivo nella comunità capoverdiana genovese, tanto nell’organizzazione di feste (fa il dj) e della squadra di calcio maschile e femminile (allenatore).

Sandy: “Ciao Tony! Innanzitutto, grazie per la tua disponibilità. Raccontaci il tuo arrivo in Italia”.

Tony: “E’ stata dura lasciare la mia famiglia (mio padre, mia madre e mia sorella); in aereo ero con degli amici, non riuscivo a divertirmi o stare con loro e per quasi tutto il viaggio non ho fatto altro che piangere. Il mio cuore era rimasto a Capo Verde”.

Sandy: “Perché sei venuto in Italia?”

Tony: “Mi sono sposato a Capo Verde e sono venuto a Genova per raggiungere mia moglie che già viveva qui. Dunque, sono arrivato a Malpensa, non ho trovato grandi cambiamenti e mi sono subito innamorato di Genova”.

Sandy: “Quindi ti piace Genova?”

Tony: “Si, assomiglia un po’ alla mia isola Sao Vicente, c’è il mare e il vento. Le persone sono tranquille”.

Sandy: “Gli studi?”

Tony: “Non ho finito gli studi a Capo Verde, sono arrivato fino al terzo anno di liceo. Però ho frequentato un corso medio di elettricista (fatto a Sao Vicente) e un altro corso di alberghiere (sempre fatto a Sao Vicente)”.

Sandy: “Il lavoro?”

Tony: “Ho lavorato a Capo Verde e avevo un buon lavoro, insomma guadagnavo abbastanza per fare una vita tranquilla”.

Sandy: “Dove lavoravi?”

Tony: “Lavoravo in un’azienda di detersivi “Quimicas Sinctilas” e facevo qualche straordinario come elettricista”.

Sandy: “La tua vita a Genova?”

Tony: “E’ ottima, non ho mai avuto problemi di integrazione forse per una questione di carattere. Non chiedo molto, cerco di vivere la mia vita con semplicità e sincerità. Il carattere di un capoverdiano assomiglia molto anche quello genovese”.

Sandy: “Arrivando qui hai avuto difficoltà a trovare lavoro?”

Tony: “Non tanta, lavoravo alla Fincantieri (costruzione di navi da crociera) di Sestri Ponente. Era un buon lavoro, però con la crisi tanti di noi hanno perso il lavoro. Prima il rapporto tra noi colleghi era ottimo, poi con la crisi è iniziata la tensione. Dopo un anno di lavoro mi aspettavo di crescere professionalmente e pensavo che Capo Verde fosse più indietro rispetto all’Italia. Invece mi sbagliavo”.

Sandy: “Cosa pensi dell’immigrazione in Italia?”

Tony: “E’ una cosa soggettiva, io ho avuto fortuna, ma in generale è pessima. Devono imparare tanto per quanto riguarda l’accoglienza, le leggi costituzionali non vengono applicate. Ad esempio, ci sono tante complicazioni per il permesso di soggiorno, tanti soldi da spendere e tanto tempo da aspettare, negli altri Paesi europei non funziona così”.

Sandy: “Perché non torni a vivere a Capo Verde?”

Tony: “Perché non posso, ho tre figli qui. Altrimenti sarei già tornato.” Poi manca l’unione tra noi capoverdiani”.

Sandy: “A proposito, cosa pensi della comunità capoverdiana a Genova?”

Tony: “La comunità capoverdiana a Genova è stata per me una grande delusione perché i capoverdiani a Capo Verde sono diversi. Qui sono degli animali, manca il calore umano che c’è giù, è un ambiente scettico, nessuno aiuta nessuno e hanno sempre voglia di parlare male del prossimo. Se cerchi creare iniziative, c’è poca aderenza; eppure persone con creatività e talento non mancano. Riescono sempre a creare discordia, litigi e dopo un po’ di tempo si perde anche la voglia”.

Sandy: “Sogni nel cassetto?”

Tony: “Vorrei avere una casa a Capo Verde, vivere bene con salute e in pace con i miei figli. Se i miei figli rimangono qui spero che trovino le porte aperte e raggiungano i loro sogni e obiettivi”.

Sandy: “ Grazie dell’intervista, a presto!”

Solvm Mihi Svperest Sepvlcrvm


Vedi là, come corre quel ruscello al mare, e quelle acque che scorrono, non ritornano più indietro; così, fratello mio, passano i tuoi giorni, e ti avvicini alla morte; passano i piaceri, passano gli spazi, passano le pompe, le lodi, le acclamazioni, e che resta? ” Et Solum Mihi Superest sepulcrum” (lob17, 1).

CIMITERO MONUMENTALE DI STAGLIENO
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: